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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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eoi milano 


Maggio 1994 



Centro Sodale Leomavallo 













fotocopiato 
in proprio 


CONTENUTI 


Pag. 1 25 Marzo 1994 - File : ELEZ.TXT 

Un compagno del CSO Pedro - Padova 

Contro la destra, per 

l'autorganizzazione 

sociale 


io 


13 


21 


11 Aprile 1994 - File : DARIO.34 
Dario Paccino, Roma 

E ora? 


16 Aprile 1994 - File : PD940415.TXT 
Padova 

25 aprile: festa della 
Liberazione 

21 Aprile 1994 - File : RITORNO.TXT 
Coyote 

Ritorno al futuro 

27 Aprile 1994 - File : DARIO.35 
Dario Paccino, Roma 

Fascismo e lavoro 



16maggio1994 


no copyright 



centro 

sociale 

leoncavallo 


milano 

via salomone 

71 


casella 

postale 

17051 


European 


^#ounter 


Network 


rete 

telematica 

antagonista 


modem 
02 2840243 



Europea!! Counter Nefwok ■ Milano 


CONTRO LA DESTRA 

PER 

L'AUTORGANIZZAZIONE 

SOCIALE 


Le elezioni politiche di marzo rappresentano, sul 
piano formale, l’esordio della seconda repubblica 
con il nuovo sistema elettorale. 

E’ necessario sottolineare l’aspetto "formale” delle 
modificazioni istituzionali: esse sanciscono 
TRASFORMAZIONI MATERIALI presenti già da 
lungo tempo nella struttura sociale e produttiva. In 
questo senso, il VOTO e le ELEZIONI non fanno 
altro che registrare ciò che è già dato sul piano 
dei rapporti economici e sociali. La “costituzione 
formale” deve adeguarsi a cambiamenti già 
avvenuti nella “costituzione materiale". In breve, 
le elezioni sono espressione del potere costituito, 
e non di un “potere costituente" dal basso, 
radicalmente democratico ed innovativo. Solo il 
feticismo elettoralistico ed il "cretinismo 
parlamentare” tipico della sinistra istituzionale 
creano l’illusione che la realtà possa essere 
trasformata attraverso il voto !! Lo scenario 
politico aperto nella seconda repubblica, ci 
permette una comprensione più chiara dei 
passaggi storici che lo hanno prodotto. Non è qui 
il luogo per sviluppare un’analisi approfondita: 
possiamo indicare alcuni punti, attorno ai quali è 
possibile una RICOSTRUZIONE GENETICA del 
passaggio tra prima e seconda repubblica. 


1) LA TRASFORMAZIONE DELLA FORMA 
STATO, la fine della costituzione nata dalla 
resistenza, del compromesso lavorista, e dei 
vecchi equilibri di potere. 

2) LE TRASFORMAZIONI strutturali del modo di 
produzione e delia composizione di classe. La fine 
del modello fordista-taylorista. 

I nuovi paradigmi della produttività e 
valorizzazione capitalistica. “L'IMPRESA A 
RETE", il decentramento, l’informatizzazione dei 
flussi produttivi e finanziari. Flessibilità della forza 
lavoro e mobilità, produzione e riproduzione 
sociale: crisi del welfare state, dei modelli 
keynesiani o socialdemocratici. Le teorie 
neoliberiste, “l’accumulazione selvaggia “ e la 
deregulation. 

3) LE TRASFORMAZIONI DEL QUADRO 
INTERNAZIONALE. 

Fine del sistema bipolare, crollo del “socialismo 
reale", la “rivoluzione dell'89." La globalizzazione 
del mercato e dell’economia, il ruolo del FMI e 
delle banche. Il "debito pubblico” come strumento 
di ricatto e pressione internazionale da parte del 
capitale finanziario. La “nuova divisione 
intemazionale del lavoro”, ridefinizione del ruolo e 
funzione degli stati, nuove gerarchie e suddivisioni 
politico-geografiche-produttive. 


1 


Maggio 1 994 


Centro Soliate leomavallo 


ALCUNE RIFLESSIONI 

In questo quadro di riferimento esplode 
tangentopoli, ed il crollo deH”’Anciene regime": il 
vecchio sistema politico-clientelare e la 
democrazia consociativa non servono più. E' 
necessario ridefinire e perfezionare la macchina 
dello stato, renderla funzionale agli obiettivi 
strategici del capitale internazionale. 

1) Semplificazione del mastodontico apparato 
politico-clientelare. 

2) Drastica riduzione della spesa sociale, e 
trasferimento di ricchezza dai bisogni collettivi alla 
produttività d’impresa, ed alla competizione di 
mercato. 

3) Riduzione del “costo del lavoro”, diminuzione 
del salario, e delle garanzie sociali per i lavoratori. 
Non vi è dubbio: “destra” e “sinistra”, oltre le 
differenze di look, sono assolutamente subordi- 
nate a questi imperativi categorici!! 

Si tratta, come è evidente, di una “rivoluzione 
dall’alto”: una trasformazione del sistema di 
potere e di comando sulla produzione e ricchezza 
sociale.Molto simile, per alcuni versi, alle crisi dei 
paesi dell'Est : i vecchi ceti dell'apparato statale si 
riciclano e si presentano come NUOVI soggetti 
politici, magari liberal-democratici, alla stregua di 
Eltsin, per capirci!! 

La logica dei due schieramenti, costruita sul 
sistema maggioritario ed uninominale, 
rappresenta questa necessità di semplificazione 
del sistema politico. 

Le tensioni e contraddizioni sociali devono essere 
ricondotte alla logica del voto, all’appiattimento 
sulla sfera elettorale: nessuna alternativa sembra 
possibile. Ma se analizziamo i programma dei due 
schieramenti contrapposti, il “POLO 
PROGRESSISTA", e la “DESTRA", vediamo che 
sul terreno dei programmi economici le differenze 
non sono poi molte: in ogni caso sacrifici per i 
lavoratori, tagli occupazionali, riduzione dei livelli 
di vita. 

Che questo avvenga in nome dell”'interesse 
generale” o della competizione di mercato, poco 
importa! 

La scelta di campo internazionale del PDS è 
chiara: all’interno della NATO e delle esigenze del 
NUOVO ORDINE MONDIALE. Sul piano interno: 
mercato-competizione-privatìzzazioni. Ma allora, 
quale differenza con i liberal-democratici? La 
differenza semmai, è di FORMA: come meglio 
indorare la pìllola dei sacrifici, come gestire da 
“sinistra” un programma economico-sociale di 
destra, imposto dal grande capitale. D’altra parte, 


10 schieramento di destra, la Lega, i fascisti con al 
centro Berlusconi, rappresenta al meglio la 
“commedia all'italiana”. Si definisce POLO 
DELLA LIBERTA’, mette insieme in un 
grande”bricolage”, i federalisti, i nazionalisti- 
fascisti, gli yuppies rampanti degli anni '80, i 
liberisti sfrenati reaganiani....e Marco Pannella!! 
Annullamento dei diritti e garanzie sociali, 
accumulazione selvaggia, approfondimento delle 
diseguaglianze e della forbice fra ricchezza e 
povertà: Reagan e Tatcher hanno dimostrato di 
che pasta sia fatta la dura ricetta liberista, o con 
quale forza il bastone del liberal si abbatte sulle 
classi più deboli. 

Uno “stato sociale" all’incontrario, che toglie ai 
poveri per dare ai ricchi, che garantisce il potere 
ed i privilegi dei pochi, l’espropriazione della 
cooperazione sociale. 

I! "bipolarismo all’italiana” è uno scontro fra 
opposti apparati: destra e sinistra si mescolano, 
('OPPOSIZIONE si fonda sulla dialettica e la 
mediazione. Centralismo e federalismo, 
statalismo e liberismo, vecchio e nuovo, pubblico 
o privato, sono solo maschere deH’”autonomia del 
politico” . 

11 problema sostanziale, rimane sempre e 
comunque, come GOVERNARE i processi di 
trasformazione del capitalismo, del modo di 
produrre, dal punto di vista del potere. 

Unificazione del potere al vertice e decentramento 
alla base, centralizzazione esecutiva ed 
autonomie locali, intervento dello Stato e logica di 
mercato, non sono incompatipili: al contrario si 
tratta di elementi funzionali ad una nuova sintesi 
statale ancora più autoritaria e decisionista. 
CONTRO L’APPIATTIMENTO ELETTORALE, 
COSTRUIRE L’ALTERNATIVA DAL BASSO 
Detto questo, è chiaro comunque come queste 
elezioni hanno rimesso in moto in ampi strati 
sociali la passione politica, il dibattito, la 
discussione. 

La sinistra chiama a raccolta le .masse in un 
fronte contro il pericolo di destra: noi conosciamo 
le mistificazioni delia logica frontista del PDS e 
dei progressisti riciclati dal vecchio regime. 

Ciò non toglie che il messaggio non abbia un 
impatto notevole su ampi settori operai e popolari. 
Con questo vogliamo dire che una battaglia 
assenteista puramente ideologica, di principio e 
posta come discriminante non solo è insufficente 
ed astratta, ma rischia di confondersi con un 
generico qualunquismo. 

Il dilemma voto-non voto va dunque affrontato 
all’interno di un ragionamento politico, che sappia 



Maggio! 994 



European Counter Netwok ■ Milano 


anche indicare, prefigurare, scoprire le possibilità 
radicalmente alternative alla crisi e decadenza 
della “democrazia rappresentativa”. 

Il problema voto-non voto va dunque spostato 
dalla centralità coatta del sistema maggioritario, 
per individuare la contradizione principale. Da 
questo punto di vista, è chiaro che il NEMICO 
dichiarato è la destra, politica o sociale, in tutte le 
sue forme, e contro la quale va costruita una 
campagna di lotta di lunga durata. Nello stesso 
tempo, è necessario costruire una alternativa 
globale alla falsa sinistra istituzionale, alle illusioni 
socialdemocratiche dei sacrifici in cambio di un 
nuovo, impossibile, PIANO PER LO SVILUPPO. 
Una alternativa radicale, dunque, a partire da ciò 
che si muove sul terreno 
dell’AUTORGANIZZAZIONE SOCIALE, 
certamente ancora minoritario, contradditorio, 
limitato, ma assolutamente fondante sul piano di 
una ipotesi societaria radicalmente alternativa. 

La "rivoluzione dall'alto” ( o per meglio dire la 
controrivoluzione) scandisce i suoi tempi, i suoi 
ritmi, la trasformazione autoritaria dello stato in 
assenza della “sovversione dal basso “. Non c’è 
dubbio che il compimento di questo processo e la 
soluzione finale del caos politico o 
delPingovernabilità, sarà una sorta di repubblica 
presidenziale, rafforzamento dell'esecutivo. Da più 
parti si crea nel “popolo” l’aspettativa delfuomo 
forte”, voluto in maniera plebiscitaria, scambiando 
la democrazia diretta con la mobilitazione 
reazionaria delle masse, magari attraverso il 
potere della video-crazia.La personalizzazione 
della politica, l'intreccio fra spettacolo-media- 
economia, la cultura della destra sociale 
egemonica in vasti strati della società civile, 
portano verso questa direzione. 

Si delinea un sistema post-democratico, in cui 
possiamo ritrovare in forma nuova, elementi del 
fascismo e del totalitarismo. A maggior ragione, 
pensiamo sia fondamentale utilizzare queste 
elezioni per sviluppare, al massimo grado, la 
riappropriazione della politica dal basso, la 
passione dell’intervento diretto e del protagonismo 
di massa, la progettualità della sinistra sociale 
autonoma. Attraverso la critica radicale e 
demistificazione del polo progressista, dei suoi 
programmi economici, del suo ruolo di gestore 
della crisi capitalistica da una parte; dall’altra, 
individuando la destra sociale (fascisti, lega, 
berlusconi), il nemico contro cui lottare “senza 
tregua”, su tutti i piani politici e culturali, e con 
tutti i mezzi necessari! 


CONTESTAZIONE A 
PADOVA DEL COMIZIO DI 
FORZA ITALIA DA PARTE 
DEI COMPAGNI DEL 
CENTRO SOCIALE 
OCCUPATO PEDRO 


QUINTO POTERE 

Da quando l’ombra politica di Berlusconi si è 
materializzata nel prodotto politico Forza Italia, sui 
giornali, nei dibattiti, nei salotti si è tornato a 
dissertare sul portato del media nella società 
contemporanea e sul liderismo carismatico e 
telegenico. 

Molti hanno discusso, quindi, sull’attualità del film 
"Quarto Potere” del mitico Orson Welles alias 
Citizen Kane, che forte del controllo-comando 
sulla carta stampata, diviene padre-padrone della 
città, cercando di trarre gli auspici per una fine 
pronta ed ignominosa del loro Cavaliere del Tubo, 
catodico. 

Anche questo disquisire di informazione- 
imprenditorialità-progetto politico, distillando O.W. 
mi è parso di un piattume e di un mono-tono 
allucinato; ben più efficacemente può essere 
utilizzata la potenza espressiva e serniologica del 
film "Quinto Potere” di Sidney Lummet con un 
invasato R. Duvall e una perfida F. Dunaway, 
dove il conduttore televisivo è un telepredicatore 
capace di orientare le scelte politiche dei teleutenti 
degli States. 

Ma, come ben si sa, Umberto Eco, Beniamino 
Placido e C. spesso non ci sono, e quando ci 
sono, spesso, dormono, anche perchè al padrone 
non si può mordere più di tanto il garretto. 

Neppure il loro Cavaliere del Tubo può essere 
paragonato al candilismo di Peron, se non altro 
perchè il defunto aveva alle sue spalle il classico 
partito militante e di massa ora rintracciabile nei 
raduni leghisti e/o in qualche sezione di 
Rifondazione Comunista (?). 

Neppure mi sembra calzante l’abbinamento con 
Ross Perrot, suo prossimo di villa alle Bermude, 
cosi come ci ha svelato Mixer, anche perchè se 
Perrot era un outsider tra le tradizionali coalizioni 
politiche americane, il Cavaliere del Tubo è uomo 
della P2 e del CAF; se Perrot è uno dei potenti 



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Centro Sortale Leontavallo 


imprenditori con interessi nell'industria elettronica 
e petrolifera, il Cavaliere è l’imprenditore dei mass 
media oltre che esponente di una ben determinata 
lobby; se il selfmade-man americano rappresenta 
il mito imprenditoriale del west, quello nostrano si 
sta candidando ad entrare nell’elettronica 
(telefonia) alla grande bruciando le chances 
politiche di De Benedetti, il progressista. 

Piuttosto, il loro Cavaliere del Tubo sussume tutti 
gli aspetti della politica istituzionale cosi come si 
è venuta configurando nell’epoca della modernità 
virtualizzata sullo schermo domestico. 

I partiti, quelli veri, non esistono più se non in 
quanto lobbies, in quanto apparato di uomini e 
mezzi (media) capaci di offrire un prodotto e/o un 
progetto commestibile e assimilabile dai cittadini 
già ricondotti allo status di consumatori e/o utenti. 
La personalizzazione politica del progetto di Forza 
Italia, quindi, registra la separazione netta tra gli 
aspetti istituzionali della sfera pubblica e la 
cosiddetta società civile capace di affidarsi 
solamente alla rappresentazione standardizzata 
sui valori base dell'etica catto-liberista; la famiglia 
e il successo economico. 

E', quindi, la forma politica ed istituzionale 
virtualizzata deH'immaginario collettivo 
tradizionalista e perbenista, in grado di assumere 
in sè tutta la passività politica indotta dei terribili 
anni '80 e la lobotomizzazione prodotta dal 
bombardamento massmediologico a tappeto. Non 
avremo l'occasione di assistere a comizi, a 
manifestazioni nelle piazze di Forza Italia, ma 
solo a “conventions” a trasmissioni televisive e 
spots; non si dà un progetto politico per cui 
incentivare militanti e simpatizzanti, ma solo 
un'operazione di marketing per lanciare un 
progetto rassicurante ì più, nell'epoca del crollo 
delle certezze politiche e sociali. 

E' per questo che il loro Cavaliere del Tubo si 
offre, immolandosi alla politica, come nuovo 
messia capace di generare il secondo miracolo 
italiano, illuminato dalla volontà divina e chiamato 
dall'interesse generale. E' per questo che il loro 
Cavaliere si presenta nel tubo con l’iconografia 
ecclesiastica e celestiale accompagnata dalla 
discesa dell’uomo dal cielo, a mezzo elicottero 
Augusta-Bell, nella tranquillante casa bianca di 
Arcore. 

E allora non ci resta che dire, da malevoli 
interpreti televisivi: “Sforza Italia, liberiamo la 
voglia di mandarli a cagare!”, e suggerire dì 
vedere "Quinto Potere”. 

MAX HEADDROME 


SUL “ BERLUSCONISMO “ 

La genesi della seconda repubblica, nata dalle 
ceneri della prima, si è sviluppata proprio sul 
blocco, la disarticolazione, la "sconfitta” dell’unica 
rivoluzione sociale che abbiamo conosciuto: 
quella del '68 e degli anni 70, di una soggettività 
di massa che ha tentato l’”assalto al cielo”. Ad 
ogni rivoluzione, per lo meno nella storia della 
modernità, succede un “Termidoro” ed ogni 
Termidoro produce il suo piccolo “Napoleone 
Bonaparte”. 

Silvio Berlusconi, il Bonaparte italiano, è la vera 
novità di queste elezioni. 

Nella sua figura si incarna il compimento di tutte 
le peggiori nefandezze del sistema della 
corruzione nella prima repubblica. Nello stesso 
tempo, si presenta come “uomo nuovo " della 
seconda. Dalla speculazione edilizia degli anni’60 
nell'area milanese, al rapporto con la finanza 
sporca delle banche svizzere implicate nel 
riciclaggio dei narco dollari, con la Banca 
Nazionale del lavoro e il Monte dei Paschi di 
Siena, compromessi con la P2, fino al rapporto 
con Craxi e la speculazione selvaggia degli anni 
'80. Altroché imprenditore schumpeteriano e 
creativo! Mai intreccio tra affari, finanza e 
corruzione annidata nel cuore dello stato si è 
manifestato in maniera così spudorata. La 
“fortuna” di Silvio Berlusconi non ha 
assolutamente niente di “virtuoso” si è costituita 
tra le mille pieghe clientelari e politico-mafiose del 
vecchio regime, di cui è figlio a pieno titolo. 

Berlusconi al potere significa, pensate un pò, la 
P2 al potere! La sua storia rispecchia il famigerato 
piano di "rinascita democratica” elaborato da 
Licio Celli nel 1975: occupazione e monopolio dei 
media e della comunicazione, prospettiva 
autoritaria e presidenzialista. D’altra parte, proprio 
la Trilateral in quegli stessi anni, elaborava un 
documento sulla necessità di porre dei limiti alla 
democrazia parlamentare, divenuta un fardello 
troppo pesante ed oneroso per le esigenze 
ristrutturative del grande capitale internazionale. 
Coincidenze? Non pensiamo. Dopo tangentopoli 
... la massoneria e il coagulo delle forze più 
reazionarie della vecchia nuova destra. Fine 
ingloriosa di ogni criterio di “rappresentanza 



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Europea n Counter Netwok - Milano 


democratica" anche dal punto di vista liberale. 

Tutto ciò viene chiamato “liberal democrazia”: 
sembra il teatro dell’assurdo. Come può un 
imprenditore monopolista, tra l’altro su un settore 
strategico come quello della comunicazione, 
dichiararsi liberal-democratico? Come si può 
invocare la libertà di mercato, quando lo stesso 
reaganismo e la sua mitologia hanno ampiamente 
dimostrato che mai negli Usa come in quel 
periodo, vi è stato interventismo statale a 
protezione dei monopoli capitalistici (armi ed alta 
tecnologia) e dei ceti sociali più ricchi? Non 
scherziamo, per favore. Eppure, al di là delle 
mistificazioni e liturgie neoliberiste sul mercato vi 
è nel “berlusconismo” qualcosa di nuovo che va 
colto. 

1 - 11 nesso sempre più stretto tra imprenditoria, 
politica e comunicazione di massa. La produzione 
di capitale attraverso l’immagine, la pubblicità, il 
marketing. 

Imprenditoria e merce informazione, denaro e 
capitale finanziario, espropriazione sistematica 
delle potenzialità della cooperazione e 
comunicazione sociale: sono gli ingrediente del 
neocapitalismo rampante. 

2- 11 “partito dì Berlusconi” funziona direttamente 
attraverso la rete di venditori della Fininvest. 

Forza Italia è stata costruita proprio da questa 
organizzazione del lavoro, in cui l’economico ed il 
politico si fondono in maniera indissolubile. Non 
ricorda, forse, un concetto di "qualità totale" 
all’italiana di dedizione e compartecipazione ai 
destini ed aH'”onore" dell'azienda? Etica dei lavoro 
e dedizione assoluta al padre-padrone: 
messagggìo culturale e stile di vita ad un tempo. 

3 - Berlusconi, oltre che a compiere il miracolo 
alchimista di mettere insieme nello schieramento 
di destra, i fascisti con Bossi, (ma ovviamente 
possono stare insieme solo coloro che hanno tratti 
in comune) ha catalizzato l'interesse dei "nuovi 
mandarini”: i tecnocratici liberali del tardo 
capitalismo, opinion maker, intelligenze del nuovo 
assetto produttivo, yuppies della cultura e dello 
spettacolo. Pronti a difendere con i denti il loro 
status economico e sociale, appena conquistato. 
Pronti a richiedere sacrifici per i lavoratori ed a 


difendere in nome della libertà, la logica dello 
sfruttamento e delle diseguaglianze sociali. 

Domenica 12/3/’94 si è tenuto a Padova un 
comizio di Forza Italia a cui partecipavano Marco 
Pannella ed Emma Bonino quali nuovi esponenti 
dì questo schieramento di destra che loro 
definiscono il “polo delle libertà”, questa 
contestazione ha visto la partecipazione di alcuni 
compagni. Quanto è successo è un fatto un pò 
anomalo, domenica Padova è stata teatro, piazza 
virtuale, con un comizio di Cossutta in una sala 
pubblica, con scarsa partecipazione, con vistose 
mancanze e questo testimonia che anche 
aH’interno di Rifondazione c’è qualche problema a 
gestirsi un personaggio come Cossutta, come 
Severino Galante indicato come prossimo 
candidato per la europee. E' un personaggio che 
conosciamo bene per la sua passione nell’usare 
la polizia e la magistratura nei confronti dei 
movimenti di sinistra, fra gli artefici del processo 
“7 Aprile” di cui ha utilizzato ì centinaia di anni di 
galera per eliminare i problemi “ a sinistra " 
quando era un dirigente del PCI.... 

Poi c’era Mino Martinazzoli che parlava a nome 
del "nuovo centro”, un centro che non si 
materializza mai, un centro che è in disfacimento 
completo, e poi c’era questo schieramento della 
nuova destra, una destra ancora più pericolosa di 
quella che abbiamo finora conosciuto, quella di 
Berlusconi per capirci, che, guarda caso, aveva 
come oratori Pannella e Bonino. Possiamo 
discutere quanto vogliamo sul perchè personaggi 
di questo tipo, che molti anni fa potevamo 
considerare “ progressisti “ nelle grandi battaglie 
civili come l'aborto e il divorzio, per il garantismo 
contro la carcerazione preventiva, sono diventati 
esponenti di quella composizione retriva e 
reazionaria che oggi si rappresenta all’Interno di 
questo schieramento che si chiama Forza Italia, 
Alleanza Nazionale ecc. Al di là di queste brevi 
considerazioni, resta il fatto che questo polo di 
destra in realtà rischia di diventare un grosso 
problema non solo per quanto riguarda le elezioni 
ma per l’agibilità pratica che poi avrà nel territorio: 
ad organizzare la campagna elettorale di questi 
personaggi non è il "responsabile politico “ di 
Forza Italia come “partito”, ma è il responsabile 
della FININVEST veneta, Galan. L’azienda e la 
politica si fondono assieme e non occorre 



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Centro Sodale leont avallo 


Berlusconi che sbraita quando gli inquisiscono 
un’uomo di punta per capire che qui è in gioco 
non solo la libertà politica di pensare ad una 
società migliore, di pensare in termini libertari al 
proprio essere in questa società, ma è in gioco 
proprio la libertà materiale nel senso anche 
dell’organizzazione del lavoro e quindi dello 
sfruttamento. Qui c'è un'azienda, la FININVEST 
che è entrata in politica con il suo uomo di punta, 
prima era Craxi a fare le sue veci oggi è 
direttamente lui, probabilmente Getti ha convinto 
Berlusconi ad entrare in campo quando ormai i 
giochi si stavano consumando, non c’era più nulla 
da fare per quanto riguarda il vecchio regime, la 
vecchia prima repubblica, il craxismo ecc. 

Sta di fatto che noi ci siamo trovati un po' di 
compagni e compagne a discutere questo fatto di 
andare in piazza, a segnalare questo schifo 
provato nei confronti di chi parla di polo delle 
libertà e si candida all’interno di uno schieramento 
che definire di nuovo fascismo è dire poco, basta 
dire che anche la Lega fa parte in veneto di 
questo “polo"... ne abbiamo parlato al centro 
sociale, la discussione è stata poco produttiva, c’è 
sempre una certa difficoltà a concepire in termini 
di azioni concrete la propria battaglia contro 
questa destra che diciamo di volere fermare, non 
certo perchè siamo d’accordo con il “ polo 
progressista ", ma è un problema sociale... ci 
siamo trovati in pochi in piazza, gremita da molti 
curiosi, ma non per questo siamo rimasti zitti: 
qualche uovo lanciato nei confronti di questi 
personaggi, urla e slogan. 

Queste piazze virtuali, alla “ Rosso e il Nero “ o 
“Milano Italia”, in realtà possono essere stravolte 
con poco, questa è una riflessione che va fatta a 
livello politico per chiunque si ponga il problema 
oggi di agire direttamente contro la destra e di 
comunicare una differenza nei confronti di chi ci 
vuole riproporre una società di merda o candidarsi 
come rappresentante di un sistema sociale che ha 
l’ineguaglianza come dinamica principale; qualche 
uovo, degli slogan, hanno provocato nella gente 
discussione, è stata la variabile non prevista dai 
manager della FININVEST e dalle loro 
telecamere, e soprattutto è entrata in un 
meccanismo, quello della comunicazione dei 
media, che spesso non si occupa di fatti molto più 


pesanti. Volevo porre un’ultima riflessione: 
all'interno di questo meccanismo incredibile, di 
queste elezioni virtualmente condotte in termini di 
battaglia elettorale e assolutamente interne a 
quelle che sono le regole della società dello 
spettacolo, è importante che tutti i compagni e le 
compagne riescano a cogliere anche la possibilità 
concreta di stravolgere in termini di azione 
concreta, ogni situazione con il mezzo che riterrà 
più appropriato, perchè va ridata voce al 
protagonismo dal basso anche se noi rifiutiamo 
questa logica delle elezioni, questa coinvolge 
molte persone, cambiare la politica dal basso 
significa anche intervenire direttamente sulle 
piazze occupate da questi parassiti, essere noi 
protagonisti e non i fantocci sul palco e le loro 
televisioni. 

Domenica abbiamo beccato in tre una denuncia 
per turbativa di comizio elettorale, il “polo delle 
libertà” è stato difeso dalla polizia e dalle 
manganellate contro chi gridava slogan; miglior 
messaggio di questo per fermare la destra e per 
costruire una vera sinistra di opposizione sociale 
e non parlamentare, io credo non ce ne siano. 

Un compagno del Centro Sociale PEDRO 




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European Court! er Netwok ■ Milano 



Come metterla, ora che la cittadella del 
progressismo è stata disastrata dalla bufera da 
essa stessa prodotta con una interminabile serie 
di “trascorsi”? 

Un interrogativo che richiederebbe, per una 
risposta attendìbilmente corretta, elementi 
conoscitivi al presente impensabili, anche perchè 
concernenti, oltre il passato, il processo di 
transizione in atto dalla prima alla seconda 
Repubblica. 

Qualche spunto di riflessione par tuttavia possibile 
formularlo, possibile e auspicabile mirando a 
sollecitare una discussione sulle possibilità di una 
reale opposizione. 

1. Una grande, coraggiosa verità, a sinistra, 
sembra averla focalizzata “Il lavoratore oltre", 
scrivendo, nel commento (1/4/94) sulle elezioni 
del 27-28 marzo, di non vedere come fosse 
sperabile un risultato diverso, “se l’unica scelta, 
per i poveri italiani, è stata fra il programma 
liberaldemocratico di Occhietto, il programma 
liberaldemocratico di Segni, e il programma 
liberaldemocratico di Berlusconi, Bossi e Fini.” 

Purtroppo però (in realtà provvidenzialmente) 
sempre la verità, anche la più vera, è dentro un 
prisma con sfaccettature meno vere, e magari 
nient’affatto vere. 

Come pensare, in questo caso, che se quanto 
scrive “Il lavoratore oltre” fosse del tutto vero, una 
parte dei tradizionali elettori del Pds non si 
sarebbe vendicata nella cabina del seggio 
elettorale, la parte presumibilmente non 
minoritaria socialmente pregiudicata 
dall’abrogazione della scala mobile (10/12/91) e 
dai due lugli “fatali” (’92 e ’93) di Amato e Ciampi 
con incondizionato appoggio di Occhietto? Che 
poi, deciso a non lasciar dietro di sè pietra su 
pietra, si è gagliardamente battuto per la rendita 
finanziaria e, in particolare, i Bot, ed è sfilato 
trionfalmente sulla passerella spettacolare delia 
City internazionale, andandosi infine a buttare 
nelle braccia del segretario della Nato in procinto 
di dar il via all’attacco punitivo contro la Serbia, 


scongiurato in extremis dall'intervento russo. 
Sicuramente qualcuno, fra questi tradizionali 
elettori, ha defezionato. Resta il fatto che, come 
partito, il Pds ha avuto più voti che nelle 
precedenti elezioni, voti chiaramente dati non solo 
dai drogati televisivi di sinistra, se una delle più 
prestigiose teste pensanti di questa sinistra, 
Rossana Rossanda, ha scritto (20/2/94) sul 
proprio giornale (tutto polo progressista dalla 
prima riga all’ultima): “Voterò sgomenta (non 
potendo fare altrimenti dato il collegio di 
appartenenza, ndr) il liberista, e ministro di 
Ciampi, Silvio Spaventa, e l’ex giovane navigatore 
de Bartolo Ciccardini, il dilemma essendo "o 
mangiare questa minestra, o saltare quella 
finestra, nel mio caso la finestra Berlusconi.” 

Una finestra vista come la dantesca porta 
infernale (“Lasciate ogni speranza ecc.”), intesa 
com'è, questa finestra, come metafora di ritorno 
al fascismo del ventennio. Come dimostra il fatto 
che, a disfatta elettorale consumata, questa 
sinistra si propone di passare al contrattacco con 
una celebrazione “mai vista” del 25 aprile, una 
manifestazione, spiega il “Manifesto” (7/4/94), 
“nazionale e popolare, borghese e proletaria, 
giovane e vecchia, femminile e maschile, rossa e 
verde e magari bianca, escludendo il nero...” 


Quei soggetti social-antropologici, per intenderci, 
che han rifiutato, come Rossanda, di saltar dalla 
finestra berlusconiana, e che la sinistra in 
questione s’immagina destinati a comporre la 
cossuttiana “unità plurale”, l’unità 
“dalhopposizione per l’alternativa” (“Liberazione”, 
8/4/94). 

2 . Ma è così che deve vedersi Berlusconi, ed è 
pensabile di averne ragione con volontaristico 
revival dello spirito della Resistenza? 

Di macchie fasciste nella fedina politica di 
Berlusconi ce ne sono, per quanto sappiamo, solo 
due: a) aver fatto propaganda - quando si trattava 
di eleggere, con sistema uninominale, il nuovo 
sindaco di Roma - per il segretario dell’Msi, Fini, 
non curando così della Costituzione, che professa 


Maggio 1 994 



Centro Sodale Leontavallo 


formalmente l’antifascismo della Repubblica nata 
dalla Resistenza; b) l'alleanza con lo stesso Fini 
nella competizione elettorale che ha dato la 
maggioranza alla destra federalista-presidenziale. 

Chiaro che se la Costituzione antifascista, di fatto, 
e non solo formalmente, esistesse ancora, non 
potrebbero esserci dubbi circa la vocazione 
fascista rivelata da questi fatti. Ma esiste? E, se 
esiste, come giudicare, applicando per Cicchetto 
lo stesso metro che per Berlusconi, i duetti 
simpatetici Occhetto-Fini prima della nascita dei 
due poli, il progressista e quello della libertà? 

Se non c’è parola, specie nella sfera politica, che 
non debba ritenersi un poliedro, particolarmente 
poliedrico deve ritenersi il binomio fascismo- 
antifascismo se un filosofo autorevole (oltre che 
per sapere, per onestà intellettuale) come Giulio 
Preti annotava il 30 giugno 1960 (testo inedito 
riprodotto da Fabio Minazzi nel numero gennaio- 
febbraio 1994 di “Nuova Unità”): “...Il movimento 
di liberazione non è stato affatto un profondo 
anelito di rinnovazione sociale e politica. E’ stato il 
modo (involontario per chi combatteva) con cui il 
popolo italiano (e non solo le 'forze' ora al potere) 
ha liquidato il fascismo per salvare il fascismo 
dalle sue stesse rovine. E’ stato un modo per 
continuare la ‘rivoluzione fascista’: la rivoluzione 
non del proletariato, ma delle plebi italiane, 
sfruttate e organizzate dal magro, inetto e plebeo 
capitale italiano, e da quella cosa ormai svuotata 
di ogni significato storico e valore spirituale che è 
la Chiesa cattolica. 

“Il fascismo, continua Preti, amava l’equazione 
Fascismo = Italia. Equazione che non era del tutto 
vera, ma era purtroppo molto vera. E per questo, 
senza camicie nere e senza retorica da 
ammazzasette, senza duci e colli fatali, nella sua 
sostanza, nella sua politica economica, morale e 
culturale, scolastica, religiosa, nella sua 
corruzione, nel suo meridionalismo 
(consociativismo mafia-politica, ndr) domina 
ancora l’Italia. E la dominerebbe anche se il 
partito al potere si chiamasse anziché De, Pei o 
Psi, comunque.” 

3 . Nulla, scriveva Horckeimer a cavallo fra gli 
anni venti e trenta, si può capire del fascismo 
ignorando la sua matrice socio-politica: il 
capitalismo. 

Osseivazìone che appare abbastanza corretta 
solo che si consideri il primato che il capitalismo 
dà all'accumulazione, e ciò, dice, nel generale 
interesse, essendo essa conditio sine qua non 
della produzione, e - con i posti di lavoro che 
conseguono - del pane.se non per tutti, quanto 
meno per la maggior parte della popolazione. 


Discorso che vale a chiarire la natura ferina, oltre 
che dell’accumulazione originaria capitalistica, 
realizzata "con tratti di sangue e di fuoco” (Marx), 
anche dell'endemico fascismo italiano denunciato 
da Giulio Preti, il fascismo dell’alleanza fra 
capitale del Centro-Nord e "galantomismo" del 
Sud, fascismo dello sfruttamento all’osso e 
dell’inerente, cruenta repressione d’ogni 
ribellismo, a incominciare da quella di Garibaldi 
contro I picciotti siciliani che avevano combattuto 
per lui col miraggio della terra, e, via via, fino al 
massacro di Milano del 1898, ordinato dal “re 
buono”, Umberto. 

Il fascismo, però, il fascismo specifico dell'arco di 
tempo 1922-1945, è figlio della prima guerra 
mondiale interimperialistica, che ha covato, per 
un verso, l’Ottobre bolscevico del 1917, e, per 
l'altro, il Trattato di Versailles (1919), Trattato, 
riconobbe Keynes, nello spirito di “una sentenza 
di morte” per il popolo tedesco. 

Anche i poteri forti italiani si ritennero danneggiati 
da quel Trattato, poteri per altro che dovettero 
vedersela con una conflittualità sociale 
particolarmente violenta. Donde la risposta 
fascista mussoliniana, confortata e benedetta da 
chi veramente contava: monarchia, grande 
capitale, Vaticano. 

A opporsi, di fatto, furono soltanto i “rossi", in 
particolare i comunisti, il contrario degli altri 
(compresi sindacati e maggioranza socialista), 
prigionieri di un antifascismo così puramente 
parolaio, da rifiutare lo sciopero generale 
proposto, dopo il delitto Matteotti, dal Partito 
comunista con buone probabilità di successo 
eversivo. 

Chiarissima, in quel momento, l’identificazione del 
fascismo con l'Italia di sempre (fascismo come 
"autobiografia del nostro paese”), così com’era 
del tutto chiaro che, a parte i casi di coscienza di 
qualche intellettuale borghese, antifascista era 
sinonimo di comunista , ergo di “nemico della 
civiltà” (quella cristiano-capitalistica). 

Chiarezza dominante poi anche in Spagna (1936- 
1939), dove i fronti contrapposti erano costituiti: 
da una parte dai fascisti di Franco, Hitler e 
Mussolini, sostenuti, con la tragicommedia del 
“non intervento”, dalle grandi democrazie 
occidentali, e, dall’altra, da un proletariato 
internazionale a predominanza comunista, ma 
con forti componenti anarchiche, socialiste, 
socialdemocratiche. 

Fu lì, in Spagna, che, nonostante la sconfitta, 
furono scritte le pagine più gloriose del 
proletariato antifascista internazionale. 



Maggio! 994 


Europea / « Caunter Netwok - Milano 


Seguì, col patto Hitler-Stalin dell'agosto '39, 
un'eclissi dell’antifascismo inteso come 
movimento di lotta di massa. E quando poi 
l’antifascismo riapparve sulla scena mondiale, si 
trattava d’altra cosa, di antifascismo capital- 
comunista, concordato da Stalin, Roosevelt, 
Churchill per arrestare e battere l’imperialismo 
tedesco in vesti nazìste. 

Antifascismo che in Italia era imbrigliato dallo 
stato maggiore alleato, e tenuto a ritenere validi 
compagni di lotta anche i mercenari del 
capitalismo e del Vaticano, rimasti fedeli al 
fascismo fin quando Stalingrado non determinò la 
svolta decisiva della guerra, guerra ch’era 
interesse di Stalin (che stava pagando lo scotto 
più alto in lutti e rovine) concludere al più presto, il 
contrario degli alleati, che si decisero allo sbarco 
in Normandia solo nel momento in cui risultò 
chiaro che l’Unione Sovietica, nonostante la 
perdita di una ventina di milioni fra militari e civili, 
poteva essere arrestata nel cuore dell’Europa solo 
dalla presenza in territorio tedesco delle armate 
occidentali. 


Più che logico che, in questo quadro di guerra, 
Togliatti abbia "tradito’’, con la “svolta di Salerno”, 
l’antifascismo dei “puri”, compiendo inoltre, come 
regio ministro di grazia e giustizia, le tradizionali, 
cruente repressioni nel Sud contro i renitenti alla 
leva, colpevoli di non voler essere usati come 
carne da cannone per la vittoria alleata. 

E abbia poi, dopo la macabra demagogia 
antifascista di piazzale Loreto, amnistiato i 
fascisti, votato per la restaurazione della vergogna 
concordataria di Mussolini, tracciato la strada, in 
una parola, di un comuniSmo nazional- 
democristiano, il comuniSmo sperimentato nei 
“braccetti della morte” da una generazione che, 
ancora capace di una lettura crìtica della storia, 
aveva individuato in essa l’endemico fascismo 
italiano denunciato da Giulio Preti: il comuniSmo 
rivelatosi nella sua più degradata essenza 
nell’Occhetto della Bolognina, che, dopo aver fatto 
del suo meglio per consegnare l’Italia alla destra, 
non ha esitato ad aprire le braccia al Bossi del 
federalismo della irreversibile emarginazione del 
Sud e delle isole quando (primi giorni di aprile) lo 
stesso Bossi minacciava, come arma di ricatto 
contro i due alleati-rivali, di spostare il fucile dalla 
spalla destra alla sinistra. 

4 . Una previsione più che attendibile, stando così 
le cose, quella contenuta nella chiusa del citato 
articolo del “Lavoratore oltre”: “Questa sinistra 
che ha perso oggi, è destinata a perdere domani.” 
Ed encomiabile, d’altra parte, il proposito 


espresso dal giornale, di una “lunga marcia” 
muovendo da un nuovo “inizio". 

Ciò che non è detto è in che cosa possa, debba 
consistere il nuovo inizio. Che, sappiamo, non 
essere cosa da poco, volendo far sul serio. 

Quel che comunque appare chiaro è che, se 
questa sinistra è destinata a perdere anche 
domani, è perchè, lungi dall'essere una sinistra, 
ha rappresentato, da Togliatti a Occhietto, una 
sorta dì agente moderato della restaurazione 
fascista nella versione di Giulio Preti, versione 
confermata, se siamo sulla strada buona, 
dall'analisi qui svolta dei due antifascismi, quello 
originario "rosso", e quello capital-comunista, cui 
si deve la sopravvivenza del fascismo. 

Ma se tutto ciò è corretto, dovremmo prendere 
atto che non sono solo le rivoluzioni a divorare i 
propri figli: lo stesso avviene con le restaurazioni, 
sicché la canaille di destra oggi dominante altro 
non rappresenterebbe che un ulteriore passo in 
avanti sulla strada della reazione, in attesa della 
tappa successiva, quando il duca Valentino di 
quest'ultimo scorcio di millennio farà strangolare 
(metaforicamente, è augurabile) il Vitellozzo Vitelli 
e l’Oliverotto da Fermo, fatti realmente strangolare 
dal duca Valentino del XVI secolo il I gennaio 
1503. 

Questo per dire che l'avvenire si presenta fosco 
per tutti, in ragione anche del fatto che i tre leader 
vincenti non possono non proporsi- per durare - 
un ulteriore perfezionamento del decisionismo 
conferito loro da una folla del tutto ignara di una 
reale partecipazione dal basso ai processi 
decisionali. 

Di qui la necessità di non perdere un solo minuto 
per accelerare un test decisivo per vedere se e 
dove stanno i "nostri": il test dei referendum per i 
quali si sono raccolte le firme sperando di rifarci 
così in qualche modo dell’abrogazione della scala 
mobile, e delle scelleratezze sociali dei due lugli. 

Chiaro che, se si riuscirà a farli approvare ed 
eseguire, questi referendum, si avranno contro i 
nuovi padroni (anche se non si può non prendere 
atto che, per il momento, la Cisnal chiede a gran 
voce il ripristino dello stato sociale cancellato con 
la complicità della sinistra partitica e sindacale, il 
che sembra fruttarle risultati a dir poco clamorosi, 
visto il consenso del settanta per cento di 
ferrotranvieri dell’Azienda trasporti provinciale di 
Vercelli) : ma i progressisti da che parte staranno, 
se Giugni si preoccupa (“Stampa”, 3/4/94) che vi 
sono organizzazioni sindacali che “chiedono 
addirittura il rilancio della scala mobile”? 

Roma, 10 aprile 1994 - Dario Paccino 



Maggio 1994 


Centra Sodale Leoruavallo 


"... Raramente un’azione era stata annunciata con 
maggior fracasso dail’imminente campagna della 
montagna, raramente un avvenimento era stato 
annunciato a suon di tromba con maggior 
sicurezza e più a lungo come una vittoria 
inevitabile della democrazia. 


Non vi è dubbio : i democratici credono alle 
trombe, agli squilli delle quali crollano le mura di 
Gerico, ed ogni volta che si trovano di fronte alle 
murà del dispotismo cercano di ripetere il 
miracolo...” 

(K. Marx - il 18 brumaio di Luigi Bonaparte) 


25 APRILE: FESTA 
DELLA LIBERAZIONE 


Mai come in questo momento storico, io stesso 
concetto di festa pubblica e politica rivela il suo 
carattere duplice: la festa può essere ripetizione 
rituale e vuota di un evento, memoria morta, 
codice del potere. 

Oppure, al contrario, come nei momenti più alti 
delia storia, essa rappresenta l'entusiasmo 
colletivo per un nuovo inizio, lotta permanente per 
la libertà, bisogno reale di liberazione. 

LA FESTA DEL FUTURO 
LA FESTA DEL PASSATO 

Difficile non cogliere in questo 25 APRILE, 
all’interno dello scenario della II 0 Repubblica, con 
le destre al potere, una forte sovrapposizione 
simbolica e di linguaggi. 

Dalle pagine del Manifesto e da varie aree e partiti 
della “sinistra", si lancia l'appello per un grande 
fronte democratico, nazional-popolare, a difesa 
dei valori della repubblica nata dalla resistenza. 

Un avvitamento e corto-circuito del tempo storico, 
la riedizione di tutto il vecchio e perdente 
armamentario del movimento operaio ufficiale e 
dei partiti istituzionali e forze sindacali che lo 
hanno rappresentato. 

La chiamata “alle armi” del popolo di sinistra 
democratico, antifascista e pacifista, ha qualcosa 
di decadente ed ottuso. Non tanto per la 
mobilitazione in'sè, ma per i suoi contenuti e le 
forme in cui essa dovrebbe esprimersi: la festa 
detta sconfìtta, la celebrazione del passato e di 
una memoria svuotata di ogni contenuto 


antagonista e di classe, la totale assenza di un 
programma sociale di liberazione contro l’ordine 
capitalistico esistente, all’altezza delle attuali 
contraddizioni e trasformazioni del modo di 
produzione. 

Come è possibile conciliare il rituale della farsa 
con le nuove condizioni dello scontro sociale e di 
classe? 

”... unioni la cui prima clausola è la scissione; 
battaglie la cui prima legge è la mancanza di 
decisione; in nome della pace un’agitazione vuota 
e senza contenuto ... Passioni senza verità, verità 
senza passione, eroi senza passioni eroiche, 
storia senza avvenimenti. Un’evoluzione la cui 
unica molla sembra essere il calendario e che è 
stanca per la ripetizione costante degli stessi, 
identici momenti ..." (K. Marx - 18 brumaio di 
Luigi Bonaparte). 

Non c’è storia, davvero, da questo punto di vista: 
dopo una "rivoluzione mancata”, sulla quale la 
sinistra istituzionale ha responsabilità enormi, la 
spinta propulsiva dell’innovazione democratica di 
massa decade in stanca ripetizione e mera 
autorappresentazione impotente. 

Le feste “civili” e le celebrazioni hanno, in alcune 
fasi storiche, una forte carica simbolica. 

Ma proprio per questo (il valore assunto 
neirimmaginario collettivo) ci sembra che la 
grande kermesse dei cadaveri della 1° Repubblica, 
dove si ritrovano insieme gli sconfitti del vecchio 
regime con Formentini e, perchè no, pure lo 
stesso Berlusconi (sic!), dia una ben misera 
rappresentazione. Uno spettacolo caricaturale, ai 
limiti dei grottesco: i toni grevi e iper-stalinisti dei 



Maggio 1994 


European Counter Nelwok - Milano 


partigiani dell’A.N.P.I. preoccupati di dare la 
caccia agli autonomi, si mescolano ai piagnistei di 
Occhietto e D'Alema, alle prediche di Scalfaro, ai 
petti tronfi e toni trionfalistici del Manifesto, quello 
del “radios sol dell'awenir con la ciliegina 
Formentini per condire il tutto. Tutti insieme per la 
grande riconciliazione nazionale. Che tristezza!! 
Non tanto sul piano della quantità: sicuramente il 
“popolo di sinistra” sarà tutto in piazza, come in 
altre circostanze. Ma bensì sul piano della qualità, 
dell'innovazione e progettualità politica. 

La storia a ritroso, le mitologie nazional- 
risorgimentali sulla resistenza, la difesa di una 
costituzione formale che è già superata sul piano 
dei rapporti materiali, sociali e produttivi, sono 
tutte immagini di conservazione. 

Le figure della destra e della sinistra si rovesciano 
simmetricamente: se un tempo, soprattutto nella 
forza espressa dai movimenti di massa e nel 
fuoco del conflitto di classe, la “sinistra” 
rappresentava la trasformazione, il cambiamento, 
oggi è il contrario. 

Lo schieramento delle destre, soprattutto 
Berlusconi e la Lega in termini diversi, si 
appropriano e trasfigurano dal punto di vista del 
comando e ridefinizione della forma-stato, delle 
nuove dimensioni del lavoro sociale produttivo, 
della comunicazione, dei bisogni di strati sociali 
emergenti, sentiamo già i rigidi custodi del 
“tempio della memoria storica" gridare allo 
scandalo. Ma non è una novità: più volte, nella 
storia, si è manifestata una “destra 
rivoluzionaria", capace di interpretare e 
trasformare in nuove forme di dominio ed 
oppressione le rivoluzioni capitalistiche, i 
cambiamenti radicali della struttura produttiva e 
sociale. La “sovversione dall'alto" non è solo 
becera conservazione e reazione, bensì coglie, 
sussume e stravolge modificazioni reali. Così il 
“bonapartismo” analizzato da Marx, il fascismo ... 
il “berlusconismo" orribile figura di dominio nella 
11° Repubblica. 

Perchè è importante sottolineare questo punto? 
Proprio per il fatto che contro un nemico di questo 
tipo, in cui rivoluzione e controrivoluzione 
coesistono in un tutto unico, non è possibile 
combattere appellandosi alla retorica resistenziale 
o alla difesa dello “stato democratico". Le destre 
oggi non sono solamente populismo e 
demagogia: stimolano un immaginario collettivo 
che è più attraente di quello proposto dalla 
sinistra. 

Con Berlusconi, non si tratta solo di "finzione”, 
manipolazione mediatìca. Certo, anche questo: 


però la forma politica del berlusconismo è 
sicuramente innovativa, presenta uno scenario 
con meno stato, più libertà individuali, il miraggio 
di godimenti, consumi, “felice leggerezza" a cui 
tutti, se sono capaci, possono accedere. 

Il milione di nuovi posti dì lavoro può essere 
possibile, all’Interno della flessibilità e mobilità del 
nuovo modo di produrre. 

Non si tratta dì “utopie del capitalismo”, ma di 
possibilità reali iscritte fino in fondo nelle 
caratteristiche moderne della “ragione 
economica”. 

Certo, noi già sappiamo quali feroci condizioni di 
sfruttamento del lavoro vivo questi processi siano 
subordinati: Reagan e Thatcher lo hanno 
dimostrato a colpi di bastone. Speculazione 
selvaggia, lavori schifosi e sottopagati, salari da 
fame, distruzione di ogni senso del “pubblico” e 
della politica come sfera delle relazioni sociali e 
della cooperazione umana, individualismo 
possessivo, darwinismo sociale. 

Ciò non toglie che le suggestioni evocate dalla 
cultura liberista e di destra siano oggi vincenti. 

Per i “molti”, evidentemente, è preferibile la 
"deregulation" piuttosto che la rigida 
pianificazione e programmazione statale delle 
proprie vite. E’ proprio a questo livello che l’azione 
politica trasformativa deve collocarsi, per nuove 
assemblee costituenti, per nuove carte dei diritti 
sociali, per la conquista di una sfera pubblica di 
un “senso comune" non statale. 

Cosa contrappone la “sinistra” a tutto ciò, se non 
ancora una volta la logica dei sacrifici, l'etica 
laburista, un impossibile nuovo patto tra capitale e 
lavoro, un plumbeo immaginario da "socialismo 
reale”? Come può mai vincere una sinistra che 
ragiona ancora come se fossimo nell'epoca del 
bipolarismo, che fa riferimento ad un concetto di 
socialismo e/o socialdemocrazia che non esiste 
piùù, che evoca i fantasmi del “Fronte Popolare"? 
E noi stessi, compagni, antagonisti, 
autorganizzati, sinistra sociale autonoma 
dobbiamo finalmente rovesciare il senso delle 
cose; strappiamo dalle mani dei padroni l’utopia; 
rimettiamo il mondo con i piedi per terra. 

Ai capitalisti la “razionalità economica”, il freddo 
calcolo amministrativo, il regno della necessità. 

A noi l’utopia concreta, la possibilità della 
rivoluzione, l’immaginazione e creazione di un 
nuovo mondo, di un nuovo fondamento della 
libertà politica. 

Due "diritti” che si contrappongono radicalmente: 
“diritto contro diritto, decide la forza”. Diceva K. 
Marx! 



Maggio! 994 


Centro Sodale leontavallo 


Ridisegnare il territorio, la città, sui bisogni sociali 
di reddito, valori d’uso, qualità della vita. Sulla 
riappropriazione completa della ricchezza frutto 
della cooperazione produttiva, sulla rivoluzione 
radicale dello stesso concetto di lavoro, contro il 
lavoro salariato e lo stato. Perchè lasciare il 
terreno deH’immaginario dell’utopia nelle mani dei 
capitalisti e della destra? Perchè ragionare con il 
“buonsenso” e la “ragionevolezza” economica, 
cone le categorie del valore dell’economia politica, 
quando lo stesso sviluppo capitalistico e le lotte di 
intere generazioni operaie le hanno fatte saltare 
irreversibilmente? 

La “sinistra”, in realtà, ha abbandonato 
completamente il terreno del potere costituente 
per la difesa dell’ordine costituito. A questo punto, 
è assolutamente ovvio che le forme costituenti di 
una nuova repubblica siano letteralmente 
consegnate in mano alle destre, alla Lega, ai 
fascisti, a Berlusconi. 

Se questo è il quadro di riferimento, è necessario 
sviluppare alcune considerazioni su Resistenza ed 
antifascismo. 

Se è vero infatti che il “revisionismo storiografico" 
nasconde una becera operazione politica di 
rilegittimazione del nazi-fascismo, da attaccare 
ovunque in tutte le sue forme, bisogna nello 
stesso tempo disarticolare le mistifazioni costruite 
attorno alla mitologia resistenziale. E’ evidente 
che il mito della Resistenza, la codificazione di 
una memoria storica dal punto di vista dei 
vincitori e delle classi dominanti, sono serviti di 
fatto a legittimare l'imperialismo USA nel 
dopoguerra, nonché il blocco del socialismo reale, 
ambedue ferrei guardiani contro le istanze 
rivoluzionarie in tutto il mondo. 

Così come le democrazie occidentali, nate dalla 
resistenza popolare contro il nazi-fascismo, sono 
state la maschera moderna del dominio di classe. 
Le tensioni, la lotta, le aspirazioni di migliaia e 
migliaia di combattenti partigiani non erano rivolte 
solo contro il fascismo come forma particolare del 
comando del capitale, bensì contro la stessa 
essenza del modo di produzione capitalistico, per 
la costruzione di un uomo nuovo e di un mondo 
nuovo. 

L’ideologia togliattiana, cattolica, liberale, 
crociana ha trasformato gli elementi rivoluzionari 
della lotta partigiana in una sciatta epopea 
risorgimentale. 

La contrapposizione fascismo-democrazia posta 
come valore assoluto e metastorico, al di là dei 
concreti rapporti di forza tra le classi. 

Mai operazione storica fu più mistificante! E noi 


oggi siamo chiamati il 25 a difendere la 
democrazia della I Repubblica, quella che si è 
fondata proprio sulla distruzione di ogni reale 
movimento di opposizione e dì lotta! Non abbiamo 
bandiere da raccogliere: che rimangano nel fango, 
come si meritano! si tratta di dar vita ad un 
“nuovo inizio”, di scrivere un’altra storia. Tra 
l'assenza di memoria e la memoria codificata del 
potere, c’è un’altra via: la memoria come identità 
contro la “memoria di stato” e l’antifascismo 
istituzionale, per la memoria dell’”altro movimento 
operaio”, dell’altra resistenza e per la pratica 
dell'antifascismo militante. 

Il filo rosso, ma interrotto, che lega nel tenpo le 
lotte di intere generazioni di lavoratori e 
rivoluzionari, pur nelle rotture e nelle discontinuità 
storiche, è proprio questo, l’antifascismo militante 
da oggi ricollocato e ridefinito in forma nuova: 
contro le forme del fascismo moderno, il 
razzismo, la xenofobia, le diseguaglianze, 
gerarchie, discriminazioni politiche, sociali, ed 
economiche, culturali che insegnano il “nuovo 
ordine mondiale”. Una pratica sociale diretta, 
un’azione politica quotidiana e di massa, per la 
conquista di una nuova carta dei diritti di 
cittadinanza. L’antifascismo militante, nello 
scenario della II Rep., non è una pratica 
“resistenziale” : bensì un momento d’attacco 
contro la “nuova desra”, ed il tipo di sistema 
sociale che essa incarna. Siamo contro il concetto 
di "nuova resistenza”: dalla resistenza, alla 
“nuova resistenza" alla resistenza ancora ....e 
così via fino all’infinito. Un cerchio magico 
paralizzante, una cattiva dialettica direbbe che 
Hegel, una "cattiva infinità”, che non si conclude 
mai. In primo luogo: la stessa assolutizzazione del 
momento resistenziale interiorizza l’ideologia della 
sconfitta e dei perdenti: è possibile solo resistere 
non tentare di nuovo l’assalto al cielo, il 
rovesciamento dello stato di cose presenti, la 
sovversione dal basso ! In secondo luogo: 
resistenza è sempre un momento nella dialettica 
dello scontro di classe. Ma proprio partendo da 
questo elemntare principio della “scienza politica”, 
essa va continuamente trasformata in attacco, 
non può rimanere ferma in se stessa, fissata per 
sempre. Altrimenti diventa ideologia ed 
autorappresentazione, come accade spesso nella 
storia dei gruppetti e sette marxiste-leniniste. 

Dalla resistenza all’offensiva, nella pratica 
dell'antifascismo militante e nella lotta contro il 
neo-capitalismo, su un terreno di prefigurazione 
alta, per immaginare il futuro, per un nuovo 
assalto al cieloi! 



Maggio 1 994 


Europea n Covnter Netwok - Milano 


RITORNO 
AL FUTURO 


Premessa. Lo sconcerto è, comprensibilmente, 
notevole. Anche le preoccupazioni per ciò che si 
profila davanti a noi nell'Immediato - e non solo - 
futuro. Può quindi risultare fuori luogo il tentativo di 
cavalcare subito l'analisi, quando è ancora il tempo 
dell'invettiva e del serrare le fila. Tuttavia chi pensa 
di essere in grado di dare un contributo ha il 
preciso dovere di provarci; soprattutto alla luce 
della follia dilagante. Se il contributo si rivelerà del 
tutto errato, o interpretabile in modo 
ambiguo. .lapidazione! Purché, naturalmente, non 
si tratti dell’ulteriore esemplicazione del vecchio 
detto per cui non c’è peggior sordo/cieco di chi 
non vuol sentire/vedere... 

Procederò per punti, anche per consentire, se del 
caso, una critica differenziata. 


1 . C’era una volta. Si è sviluppata negli ultimi 
due anni la strana fiaba della rivoluzione 
democratica e pacifica con cui il popolo italiano si 
liberava - addirittura!! - di un regime corrotto, 
aprendo la strada ad una nuova era, di null'altro 
armato che di indignazione morale e di volontà di 
rifondare lo Stato. Mah!! Altro che leggi del caos o 
fisica non lineare: ciò contraddirebbe non solo le 
più elementari leggi fisiche dell'universo noto, ma 
anche qualsiasi esperienza della storia, della 
politica e dell’agire umano giunta fino a noi. 

Colto da improvviso disincanto, qualche 
commentatore progressista comincia adesso a 
dire che in fondo si è trattato di un’operazione 
abile quanto cinica delle classi dominanti; colti i 
suoi rappresentanti politici con le mani nel sacco, 
essa ha operato un gigantesco ritiro di delega, 
aprendo una fase di crisi conclusasi solo ora. Il 
controllo solo per brevi tratti sarebbe tuttavia 







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Maggio 7 994 





Centro Sodale leontavaìlo 


sfuggito di mano ai vecchi nocchieri, consentendo 
occasionali inserimenti della sinistra (sarebbero le 
elezioni di novembre?), che hanno peraltro creato 
un ottimismo affatto ingiustificato, alla luce dei 
fatti. 

Se questa spegazione dimostra quanto meno che 
è finito il tempo dei delirio - non è il terreno 
nostro, però: chi lo ha cavalcato, il delirio? chi, 
per non dire altro, si è portato dietro il matto che 
ad ogni comparsa televisiva nell'ultimo mese 
costava mezzo milione di voti? Forse perchè 
aveva tutta la Sicilia dietro di sè? E infatti - resta 
tuttavia miserevole la sua parte. Soprattutto, 
sembra una autorassicurazione circa il fatto che le 
cose torneranno a funzionare come prima, al 
tempo del caf. Non vorrei che, problema dei 
fascisti a parte, questa fosse sotto sotto l’idea di 
tanti. Per la serie, vai con il clerico-fascismo! E 
invece non è mica così: e solo in parte per la 
presenza del camerata BomBon..(come cazzo si 
chiama?) 

SuH’argomento si ritornerà nella parte finale 
(punto 7). Per intanto prendiamo comunque atto, 
magra consolazione, che il tempo delle favole è 
finito. E che i giudici non fanno mai la rivoluzione.. 

2 . C’era una volta 2 ... ovvero l’immagine della 
rivoluzione pacifica non era affatto rispondente al 
vero. Possiamo finalmente dire le cose come 
stavano, e come tutti sappiamo benissimo che 
stavano, dal momento che assomigliano ad un 
giochetto già sperimentato una volta sulla pelle 
del passato movimento? 

E' stata scatenata e gestita negli ultimi due anni 
una campagna di giustizialismo violenta, cinica, 
profondamente reazionaria. Il popolo italiano (?) 
faceva giustizia armato di mandati di cattura, dì 
assemblee-linciaggio in diretta televisiva, in cui 
chi più era coinvolto chiedeva a voce più alta le 
forche per gli altri. Altro che rivoluzione pacifica! 
Non vorrei essere frainteso: nel passaggio 
epocale di un sistema di dominio, taluni settori del 
vecchio ceto politico- economico (quando l’analisi 
di questi avvenimenti sarà fatta in modo 
scientifico bisognerà dire più esattamente: 
un’alleanza trasversale tra alcuni settori del 
vecchio ceto politico e talune corporazioni 
forti.. ma per adesso sia concesso il procedere per 
blocchi di colore!) hanno fatto, o si sono illusi di 
aver fatto, il colpo, autonominandosi accusatori, 


giudici ed esecutori delle sentenze sul posto, 
senza fallire mai un tiro, nè quanto ad effettività 
delle accuse nè quanto a prove. Bella forza, 
essendo stati fino a poco prima complici ed 
occulti compari degli accusati/giustiziati! 

Alla fine sono stati tutti messi in riga dalla più 
spettacolare concentrazione di poteri oscuri - in 
questo senso l’indignazione morale e la 
preoccupazione sono sacrosante, oggi - che un 
Paese dell’Europa occidentale abbia visto salire al 
potere dal 1933. C’è davvero all’opera una legge 
del contrappasso, disperata e (toccando ferro) 
suscettibile di sviluppi terribili, ma dotata 
dell’implacabile logica delle cose in questa catena 
di eventi!! 

Perchè quando tu predichi comportamenti 
forcaioli, fascisti in senso lato, contribuirai sempre 
a far venire a galla i fascisti veri. Per riprendere il 
paragone con gli anni '30 (ma non è il mio 
discorso), bisognerebbe ricordare i 
comportamenti del PKD nel 30-31, e lo sfrenato 
cavalcamento da parte di quel partito del 
populismo nazionalista.. 

Quanto ai convulsi avvenimenti delle ultime 
settimane preelettorali, non c'è stata una 
demonizzazione deH'awersario politico, C’era un 
nuovo imputato, questo sì, e si è messo in moto il 
procedimento consueto. Prove ce n’erano ad iosa, 
hai voglia, mai abbondanti ed autoevidenti come 
in questo caso: un po’ per il discorso fatto finora, 
un po’ perchè quello del cavaliere è il segreto di 
Pulcinella da oltre dieci anni. Con più tempo a 
disposizione la macchina ben oliata avrebbe fatto 
il servizio anche alla banda di Arcore. Ma il 
boccone era grosso, il tempo incalzava.. un 
semplice ritardo, qualche errore, il panico tra i 
Robespierre settimini e inetti: il nuovo imputato 
era trasformato in avversario politico. Di 
conseguenza la sua messa in stato d’accusa si 
trasformava in maldestra demonizzazione 
dell’avversario politico. 

L’ultima settimana preelettorale come il 9 
Termidoro. 

Bastava leggere i giornali o guardare la Tv tra il 
giovedì e il lunedì: i molti Barrère facevano la loro 
scelta, estraevano dalla cartellina l’intervento 
giusto e proclamavano Morte al tiranno (stando 
bene attenti a non confonderlo con l’altro già 



Maggio 1 994 


European Counter Netwok ■ Milano 


pronto, Il trionfo della virtù). Prima che ce lo 
annunciasse la Borsa il lunedì a mezzogiorno, 
sapevamo già tutti com’era andata a finire. 

3 . DalL'Appennino all'Europa. Tuttavia, quando ci 
si dispone ad osservare i dati disaggregati, anche 
coloro che .."l'avevano detto”, devono convenire 
che prevedevano questi totali, ma non il modo in 
cui si sono determinati. Per la serie: c'è una logica 
nei comportamenti diffusi, nel bene come nel 
male. 

La prima cosa da sottolineare è l’incredibile 
tenuta/avanzamento al centro sud dello 
schieramento progressista. Ciò ha anche un 
opportuno e benefico valore indiretto, in quanto 
toglie credito alle stupidaggini sulla vìdeocrazia, 
imbonimento, arretratezza, mancanza di memorie 
partigiane, ecc. alle radici del successo della 
destra. Tutte ragioni che - ..alla faccia del 
razzismo della lega! - portavano i pessimisti di 
sinistra della vai padana a prevedere che la nuova 
destra sarebbe dilagata omogeneamente 
oltr’Arno, dove la gente è (notoriamente) più 
arretrata e quindi pronta a farsi fregare dal 
Berlusca. E infatti.. 

Ci sono aspetti più direttamente interessanti in 
questo comportamento. Lasciamo stare 
l'argomento della coscienza antimafiosa, perchè 
casomai la faccia di società/galera del fronte era 
un oggetto di ripulsa dovunque. Che cosa ha 
bypassato, lungo il dosso appenninico, questa 
ripugnante e suicida autoimmagine fornita dal 
fronte progressista? Il carattere convincente dello 
schieramento antifascista? Le tradizioni del 
movimento operaio dove non c’erano? Siamo seri, 
lasciamo proprio perdere. 

Pare opportuno segnalare piuttosto due elementi, 
uno generale ed uno occasionale ma destinato 
però ad assumere grande importanza, nel 
prossimo futuro. 

L’elemento generale, in chiave di premessa, è che 
nel nuovo modo di produzione imposto dalla terza 
rivoluzione industriale un tessuto produttivo 
delocalìzzato e leggero, ma on line con la 
prospettiva della ripresa economica europea, ha 
più probabilità di inveramento che nel secolo e 
passa di storia patria. Mi spiego: l’argomento 
dello sviluppo industriale del Sud nella tradizione 
meridionalistica è sempre stato una pippa, ce lo 


siamo sempre detto e non c’è alcun motivo di 
cambiare idea. E’ il quadro di riferimento a 
cambiare: in altre parole, nel nuovo scenario 
dettato dal mercato interno e da Maastricht, e 
nella prospettiva della ripresa, anche alcune 
scemenze tradizionali del meridionalismo 
acquistano una diversa plausibilità. In fondo 
esistono dei precedenti: il centro-sud già 
conosceva alte punte produttive industrial- 
trasformative (dei prodotti agricoli) del tutto 
interne al mercato internazionale (quindi vincolate 
ai bacini portuali per la messa in commercio ad 
opera delle flotte commerciali inglesi) prima di 
essere travolto dalla vicenda unitaria. Non è 
sfoggio di erudizione, ma un elemento generale dì 
considerazione, in attesa di saperne di più, per 
esempio, su come si sia mossa nella crisi la 
struttura produttiva appennino-adriatica. 

Quella operata è tuttavia una premessa, perchè 
ora va preso in considerazione il secondo 
elemento. Per motivi assolutamente occasionali 
quanto terribili - e cioè il crollo sul medio periodo 
irrevocabile dell’unità iuguslava - 1’ infrastruttura 
tecnologica-europea-prossima-ventura in fieri 
rilancia la dorsale appenninico-adriatica italiana. 
Da Otranto (porto di congiunzione con la Grecia e 
l’est) a Trieste, un fiume di talleri sta per 
rovesciarsi in infrastrutture viario-ferroviario- 
teletutto-nord-sud, dove si congiunge alla seconda 
grande rete infrastrutturale occidente-oriente (la 
rete sud, quella che tira fino a Budapest). 

Su queste cose si sta lavorando alacremente agli 
alti livelli: non è un segreto o una notizia per 
addetti ai lavori, è una delle chiavi 
d'interpretazione dei convulsi movimenti 
economici in atto. E’ stato taciuto nella 
sceneggiata elettorale per motivi diversi quanto 
ributtanti e stolidi. Unica eccezione è la Lega, per 
cui l’opposizione alla piega presa dagli eventi è in 
certo senso obbligata. Ben più infatti dei motivi 
tattici di crisi, è questa la campana a martello per 
una formazione che ha come anima, e come 
infame collante ideale, prima ancora che come 
progetto politico, la divisione per fasce della 
penisola (modello Slovenia/resto della ex- 
Juguslavia). 

Già l’unità d’Italia è stata dovuta a suo tempo al 
suo interesse agli occhi del capitale europeo 
come via di comunicazione: nella fattispecie 
strade e ferrovie nord-sud, legate alla costruzione 
del canale di Suez. In certo senso la cosa si 



Maggio 7 994 



Centro Sodale Leontavallo 


ripete: l’Italia è ancora e più che mai una highway, 
ed il legame con l’Europa, la ricchezza possibile, il 
collegamento con i centri di accumulazione di 
capitale internazionale, è di nuovo connesso in via 
principale alla possibilità di garantire il 
funzionamento dell’asse nord-sud in quanto tale. 
Alla faccia dei secessionisti, ma anche di quelli 
che vogliono il rapporto col sud in termini.. di 
solidarietà. 

L'argomentazione sviluppata ha senz’altro delle 
conseguenze di non poco conto anche sulle 
considerazioni politiche del dopo voto, come 
apparirà alla fine del punto successivo. 

Per quanto invece riguarda il discorso sul voto 
deH’Appennino/Adriatico, capisco come il discorso 
possa apparire azzardato. Mica la gente fa di 
mestiere l’economista e sta ad operare tanti 
calcoli! Tuttavia, milioni in controtendenza, e 
senza particolari motivi (etnico o altro) 
localistici.. forte è la tendenza ad attribuire certi 
comportamenti alla suggestione-possibilità della 
riapertura del circuito produttivo, deH’internità al 
tessuto europeo. Prendete la Puglia, l'Abruzzo, 
uniche regione in cui la valanga del voto fascista 
pareva certa alla vigilia ed invece è retrocessa. Il 
fatto nuovo, l’unica prospettiva apertasi negli 
ultimi sei-nove mesi, che spiega un cambiamento 
altrimenti misterioso negli orientamenti di fasce 
non ristrette della borghesia - perchè di questo si 
è certo trattato - è questa opzione insperata di 
aggancio alla ripresa, opzione cui certo una 
rappresentazione politica di destra all'italiana è di 
nocumento. 

A riprova, prima di tutto, che nel cosiddetto 
sociale produttivo non c’è solo la forza che si 
autorappresenta nelle destre politiche, e in 
particolare nel fenomeno delle Leghe: da tale 
ipotesi bisogna anzi prendere le distanze a gran 
velocità (su ciò, oltre, punto 6). Ed in secondo 
luogo che sarebbe bastato poco, in fondo: una 
prospettiva che non fosse solo di forche, processi, 
miseria e fame.. per pagare i debiti accumulati a 
livello internazionale nei precedenti cinquant'anni. 

4 . Do you rememberthe old say.. "variabile 
indipendente”? La campagna elettorale è stata 
dominata dall’incubo del debito pubblico; il 
problema di due schieramenti su tre era come 
pagare il debito accumulato. L’ineluttabile 
plumbea certezza dell'eternità delle leggi 


dell’economia capitalistica (intesa addirittura 
come partita contabile) si saldava con la certezza, 
al tavolo dei progressisti, della necessità di 
persuadere la grande finanza internazionale che 
loro, e solo loro, erano in grado di pagare. Ci sono 
riusciti tanto bene che i rappresentanti della 
stampa internazionale legata al mondo della 
finanza sono stati gli unici in effetti a sostenerli 
fino all’ultimo, più lealmente degli alleati indigeni 
(il famoso italico capitalismo progressista). 

Il punto è che invece quelli che hanno vinto non 
pagheranno il debito, non hanno alcuna 
intenzione di pagare altro che simbolicamente 
(ma forse neanche quello), e lo hanno 
praticamente già detto a chiare lettere. Ciò perchè 
sono consapevoli dell’unica cosa che conta: 
quello che si gioca è un rapporto di forza politico, 
giusto il vecchio adagio rivoluzionario che il 
salario è una variabile ìndipendente! Ed un 
pilastro meridionale sub-imperiale ha delle grosse 
carte da giocare, se non si autodisintegra (e se 
non si assume lui stesso, masochisticamente, 
come compito centrale quello di pagare), per 
imporre una rinegoziazione del credito, soprattutto 
negli scenari che si delìneano per la fine del 
millennio. 

Questa storia dei Bot allora, una volta per tutte: 
facciamo un esempio. Alla fine della guerra il 
patto della ricostruzione è stato scandito da 
consegna delle armi da parte dei partigiani in 
cambio della scala mobile: è uno dei pochi patti 
che il padrone abbia a lungo rispettato, ed è 
durato fino a quando i rapporti di forza politico- 
sociali interni ed il quadro internazionale non sono 
talmente mutati da rendere politicamente inutile e 
quindi (ma solo allora) economicamente 
insostenibile per gli industriali il peso di tenere in 
vita la scala mobile. 

Non è che i Bot fossero tanto diversi per origine, 
salvo la funzione e la destinazione sociale. La 
presenza del più forte partito comunista 
d’occidente ha fatto sorgere la bella idea alle 
classi governanti democristiane (ma il pei ne è 
stato il compare dapprima involontario, poi 
interessato) di spartire con i ceti intermedi. 

Spartire che cosa? Una parte del surplus, della 
rendita relazionale cui tale situazione dava luogo. 
Era uno spartire per modo di dire, perchè si 
trattava essenzialmente di segni, di pagherò 
garantiti dall’Impero. Ma con quei segni, quel 
deposito in banca di una certa somma da 



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Buropean Counter Netwok - Milano 


investire in titoli a breve, ti ci compravi ..belle 
cristallizzazioni di lavoro oggettivato, lavoro 
materiale accumulato che più materiale non si 
può. 

In fondo, finché ha funzionato, ha fatto dell’Italia 
un piccolo Bengodi nel mondo capitalistico (pensa 
altrimenti..). Adesso il collasso ha due aspetti: 
uno che, ormai da diversi anni, non avendo più 
alcuna necessità o intenzione l’Impero di garantire 
la solvibilità, questo sistema nel suo semplice 
perpetuarsi sottrae risorse finanziarie vere al 
sistema produttivo, creando una situazione 
disastrosa. L’altro, che il cervello capitalistico 
internazionale - per una combinazione di motivi su 
cui si potrà tornare un’altra volta con più calma - 
ha avanzato la pretesa di avere i soldi indietro, e il 
fronte progressista ha avuto la bella idea di 
prometterglielo. 

Ci sarebbero anche vicende divertenti, come 
quella di mr. erre moscia di sinistra che, a 
significare la sua irriducibilità alla logica 
capitalistica (ohibò!!), ha proposto di tassare i bot 
sopra i duecento milioni, riuscendo nel contempo 
a far perdere valanghe voti ai suoi ed a 
cominciare a cavare le castagne dal fuoco per gli 
altri. Perchè il capitalismo italiano, come oramai 
dovrebbero aver capito anche i sassi, ha il 
problema drammatico di eliminare una volta per 
tutte ed in breve tempo il sistema dei bot, altro 
che un palliativo come la tassazione; cosa che gli 
è difficile soprattutto perchè una parte del suo 
elettorato appartiene al mitico popolo dei bot. Il 
Polo delle Libertà ha senz’altro gradito il genio 
politico di Berty. 

Nessuno ha parlato in compenso, se non all'inìzio, 
delle forti cifre già assegnate per programmi 
pubblici ma non spese; cifre che ci sono, ed 
avranno forti effetti a breve. 

Pensavano i nostri eroi progressisti di destinare 
anche quelle a pagare rate del debito? 

5 . I conti e il trespolo. Ed ora possiamo, alla 
lettera, tirare un po’ di somme. Siccome la finanza 
internazionale, incazzata (e ci credo) ha detto che 
è stato promesso agli italiani il Colosseo, si è 
diffusa l’attesa vindice per il crollo dell’ingannatore 
virtuale. Comportamento senz’altro consono con 
l’atteggiamento da iettatori di professione che ha 
caratterizzato il fronte progressista. 


Facciamo una previsione. Questi non pagano, ma 
portano in compenso in tre anni ad una 
normalizzazione del finanziamento delle imprese 
(durata dei titoli di Stato oltre ì ventiquattro mesi, 
sviluppo del sistema azionario, delle obbligazioni, 
ecc..); hanno disponibilità già accantonate, 
limitate ma ingenti (limitate nel senso che si 
possono giocare una volta sola) da usare per 
drogare un assaggio di ripresa di cui avranno 
bisogno a breve; hanno la vincita alla lotteria 
dell’Investimento transnazionale nord-sud; sanno 
di poter intercettare una fase ascendente del ciclo 
internazionale ormai incombente. 

Temo proprio, compagnucci, che questo animale 
totemico mesoamericano debba darvi una 
ulteriore brutta notizia. E’ vero che non possono 
tirar fuori dal cappello nè posti di lavoro a breve 
nè calo di tasse, li loro miracolo è tuttavia più che 
plausibile: di miracoloso a ben vedere non c’è 
niente, e loro ci hanno messo essenzialmente 
faccia da culo, audacia obbligata di chi altrimenti 
è finito, mestiere, e soprattutto la capacità di 
mettere in sequenza delle informazioni 
economico-politiche tutt’altro che riservate. 

Gli avvoltoi sul trespolo invece, lugubre galleria di 
iettatori come mai se n’è vista in una campagna 
elettorale, mediocri contabili quelli di parte 
capitalistica (ma erano comunque il lato più 
ridanciano dell'alleanza), e poi il nipotino scemo di 
vyscinsky che ha combinato la frittata, i giornalisti 
reduci dell’emergenza ansiosi di rituffarvisi, il 
matto, baffo uno e baffo due incarnazione 
dell’essenza trascendentale dell’idea platonica di 
sfiga e di sconfitta, tutti insieme 
appassionatamente armati del pensiero di Scalfari 
- non so se rendo l’idea, se capite la parola: Scai- 
fa-ri! - tutti insieme, allegra e gioiosa combriccola 
che continuava a promettere fino all’ultimo 
processi, galera, sacrifici, lacrime. 

Ricomponiamoci, mi sto ripetendo. 

Non sottovaluto affatto le tensioni e le 
controindicazioni: ci torneremo a breve. Voglio 
solo dire che alcune delle previsioni ottimistiche 
della destra si avvereranno, soprattutto perchè 
erano largamente prevedibili, all'alba della 
primavera ’94. Ma l’effetto sarà terribile, malgrado 
tutte le commemorazioni: si diffonderà 
probabilmente l’idea che questi salvano in Paese, 
che loro sono la ricchezza e il prendersi la vita, 
mentre il comuniSmo (nell’accezione Fininvest 


Maggio 1994 


Centro Sodale leoatavallo 


della parola) è fame e povertà. 

Certo, ci sarà il botto grande sul pubblico impiego, 
e sarà grosso assai. E poi, naturalmente e 
sempre, la mannaia si riverserà sugli strati deboli. 
Capisco che detta così, senz'anima. Gioventù, ha 
vinto la destra! Diamoci una occhiatina più da 
vicino. 

6 . Tre rivoluzioni.. e la quarta? Ciascuna delle 
parti dell’alleanza che ha vinto costituirebbe, da 
sola, un problema gravissimo, però univoco. 
L’insieme di apparati dello Stato, di borghesia 
nazionale Bot/aioia, di bande metropolitane che 
sostiene alleanza nazionale, a parte il dramma 
per il movimento (i fuochi sono già cominciati, 
leggo) sembra dotata di un progetto di marcia 
istituzionale di medio periodo che la porti ad 
essere punto di riferimento della grande destra 
europea, mentre sul piano interno ha già aperto la 
guerra con i sindacati per la rappresentanza. Il 
suo spazio prescelto per l'immediato futuro 
appare quello di penetrazione corporativa nel 
lavoro subordinato, ed insieme, classicamente, di 
spostamento della conflittualità sempre verso 
l’esterno: immigrati, zingari. In altro senso, 
liquidazione delle conquiste civili: gay e donne che 
lavorano. Conterà anche la sua sintonia con il 
netto spostamento a destra avvenuto di recente 
nella gerarchia cattolica. E' infatti questo il ceto 
politico, assieme a qualche scampolo di ex-dc 
confluito, adatto, tra l'altro, al compito di pilotare 
la grande svolta a destra nel privato. 

Non tragga in inganno la conflittualità fino ad oggi 
(ieri?) esistente: la gerarchia sperava di far fare il 
lavoro sporco ad altri, più presentabili. Ma se 
devono essere questi, andranno benissimo. 
Avvenuta la saldatura, crescerà la sua forza. E’ 
una vera destra, nel complesso, come non ce 
n'era una da tanto tempo, non una sua 
controfigura grottesca: assai più pericolosa e 
letale dei fuochi tedeschi. 

La Lega. L’elemento dinamico della coalizione. 
Non ripeto nulla di quanto affermato più sopra: la 
mancata secessione (comunque la si voglia 
chiamare) prima del nuovo ciclo internazionale di 
sviluppo - non vorrei mi si attribuisse l’idea di una 
meccanica ripetizione di stadi economici. Al 
contrario: ma si tratta di aprire un diverso genere 
di dibattito - costituisce la fine del suo progetto 
strategico. Lo sanno: una parte si prepara in 


silenzio a cambiar tavolo con i forzieri pieni, 
un’altra darà forse battaglia fino alla fine. Per 
intanto procedono a zig-zag. Imprevedibile e 
pericolosa: utilizzabile dagli alleati del momento 
per i piani più dissennati di attacco allo Stato 
sociale (?). 

Sono, queste, due delle tre (contro)rivoluzioni 
delineate nel dibattito di qualche tempo fa, 
rispettivamente il capitalismo corporativo e quello 
californiano (coreano). La terza era quella che ha 
perso: non che un’ipotesi denghista (più Stato e 
più mercato: seconda a poche quanto ad 
illiberalità e ad attacco alle condizioni di vita 
proletarie) non avesse, in astratto, degli atout, 
come è dimostrato dall’interesse non che una 
parte dell’assetto capitalistico dominante ha 
dimostrato per tale ipotesi. L’insipienza dello 
strato politico che doveva cavalcarla, ed anche le 
poco agevoli condizioni di rotta comune del 
tavolo, non hanno tuttavia mai fatto prendere 
corpo a tale ipotesi: al momento, appare inutile 
parlarne. 

La quarta forza: sua è innanzitutto la forza del 
convitato di pietra, nel senso che, 
autonomamente, percorre una traiettoria ed è 
manifestazione di interessi che trascendono (oh 
dio, in parte traggono origine dai recessi 
maleodoranti della prima repubblica) il gioco delle 
forze in campo. Imponendo a sorpresa non tanto 
un mazzo di carte nuovo, quanto tavolino, carte e 
gioco insieme, ha conseguito una vittoria di cui le 
sono certo chiari anche i limiti. 

Di suo, il convitato di pietra è essenzialmente uno 
stile, un metodo, una pubblicità: applicabile pari 
pari a situazioni ed a forze diverse, deve 
comunque rappresentarsi sempre, sul suo 
terreno, in termini di identità vincente. Sarebbe 
quindi in altra situazione lo sponsor, la macchina 
che fa i presidenti: costretto al pericolo di giocare 
la partita politica direttamente, la sua unica forma 
possibile è quindi quella della metadirezione. La 
rissa degli ascari e della corte dei miracoli che lo 
circonda, distruttiva per un altro soggetto politico, 
gii è dimensione congeniale, fa gioco. Per il 
convitato di pietra il pericolo vero è dover giocare 
in prima battuta: colpisce allora già l’intelligenza 
con cui favorisce la confusione, la nebbia sui 
confini. 

Le forze che si riconoscono oggi nel convitato di 
pietra sono essenzialmente al nord, 



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£ uropean Counter Netwok • Milano 


essenzialmente giovani, essenzialmente 
scolarizzate. La tragedia dei prossimi anni. 
L’accozzaglia ben più numerosa di forze che gli si 
è stretta attorno per la bisogna costituisce invece 
un fenomeno in parte già noto, che potrebbe 
rassicurare alcuni sulla italianità degli eventi. Lo 
stesso sforzo di convergenza verso il centro del 
convitato di pietra parrebbe andare in questa 
direzione. Due aspetti vanno però sottolineati, 
aspetti la cui natura “qualitativa” rende altamente 
improbabile l’ipotesi di una riedizione di 
moderatismo classico. 

La confusione esistente nelle sue fila rende 
aumenta la pericolosità della coalizione che si è 
formata. Quello che si è coalizzato è infatti 
essenzialmente un ceto di potere, privo di 
qualsiasi manto: potere vecchio terrorizzato ed 
inferocito dall’idea di perderlo nell'ultimo biennio, 
potere nuovo che anela al l'investitura. Una bella 
miscela: non trovando una traccia minima di 
mediazione conflittuale rilanceranno 
pesantemente. 

Il secondo aspetto, caratteristico della crisi che 
viviamo, è che si sono sommate Cuna sull’altra le 
due ondate di destra conosciute dalle società 
sviluppate negli ultimi trentanni. Sotto un profilo 
soggettivo: quella del neoliberismo individualista 
di quindici anni fa, e quella della destra etno- 
razzista degli anni '90. E', di suo, un guazzabuglio 
micidiale, ed è anche la differenza con il resto 
d’Europa. 

7 . Ritorno al futuro. La rivoluzione liberistica dei 
primi anni '80, venendo dopo la stagione dei 
movimenti, costituiva la risposta ed insieme la 
lettura travisata e la sussunzione di parte 
capitalistica di quelle ragioni e di quei 
comportamenti. Ci sono pagine molto belle scritte 
su questo ancora ai tempi, e non mi soffermo, 
rimandando piuttosto alla lettura de II comuniSmo 
e la guerra. Da noi, attraverso una quasi guerra 
civile, c’è stata invece perpetuazione del vecchio 
Stato corporativo, utilizzando il moloch 
dell'antifascismo di maniera (giocato in modo 
infame contro la sinistra rivoluzionaria, non lo si 
dimentichi! mai!). 

La riproposizione di questa avventura ultraliberista 
cala in ritardo, con un segno univoco di destra, di 
rottura tendenziale degli schemi "genericamente 
civili" dì cnvivenza: la faccia del ritorno quindi, del 


passato.. ma poiché si finisce sempre per ritornare 
al futuro (viviamo in un universo dissipatìvo di 
calore, in cui la freccia del tempo è unidirezionale) 
essa intercetta a modo suo i nuovi tempi, le 
emergenze di per sè affatto diverse e configgenti, 
della nuova destra. Liberalismo, secessione e 
razzismo, in uno: molto peggio del duro 
razionalismo egoista dei thatcheriani di quindici 
anni fa, una traiettoria instabile, non orbitale. Pur 
sotto un’altra angolazione, mi pare di poter 
riconoscere una simile interpretazione del 
fenomeno in alcuni interventi di pregio precedenti 
le elezioni, che ponevano l'accento sulla 
rappresentazione distorta del sociale operata dalla 
destra di fronte alla separatezza del politico 
perpetuata attraverso il fronte progressista. 
Questo, tutto insieme, è però solo un lato della 
medaglia. 

L’onda arriva infatti in controtendenza, in un 
mondo dove la terza rivoluzione industriale deve 
fare i conti proprio con gli sfracelli prodotti altrove 
dal neoliberismo e con il collasso di quel sistema. 
In un mondo in cui, per farla breve, sezioni del 
capitale possono certo pensare ad un'alternativa 
di destra a Clinton, ma nel senso di un 
..clintonismo di destra, non di fantasmi reaganiani 
o cose del genere. La rimessa al centro 
dell’interesse capitalistico dello sviluppo del 
sistema produttivo, nel frattempo 
dematerializzatosi, rilancia anche, come alterna- 
tive credibili in termini di progettualità economico- 
sociale, risposte di localismo fobico e di rigide 
gerarchie etniche. 

Perchè no? 

E’ successo anche l’altra volta, al tempo della 
catena di montaggio: il modello nazista, venne 
sperimentato, nello scorcio iniziale degli anni ’30, 
da fette, poi perdenti, del capitale Usa 
(l’organizzazione per linee etniche alla catena di 
montaggio). Molti dei disastri attuali del razzismo 
e del localismo etnico in Europa sono proprio 
questo: non volgari scosse di assestamento del 
nuovo ordine internazionale, ma conati, 
probabilmente (e speriamo..) abortivi, di nascita di 
un progetto di gestione alternativa, di destra nel 
senso proprio, di tale nuovo ordine; progetto che 
avrà le sue carte da giocare. 

Questa parte dell’intervento deve purtroppo dare 
per scontate cose che non lo sono affatto, a 
partire da alcune ipotesi su “clintonismo e terza 



Maggio 1994 


Centro Sodale leontavalto 


rivoluzione industriale”. Schematicamente: 
bisogna distinguere nell’avvento della nuova 
amministrazione un nocciolo duro riformista, la 
riorganizzazione del sistema produttivo 
dell’economia mondo (e di qua la centralità di 
riprendere il dibattito sul nuovo modo di 
produzione), riorganizzazione comunque 
indispensabile per la salvezza del sistema dal 
collasso neoliberista. Altra cosa è lo specifico 
progetto politico, definito “riformista” nel senso 
che la sinistra attribuisce tradizionalmente al 
termine, protato avanti dai clintoniani per 
rispondere a tale necessità (e su questo il dibattito 
è ancora da cominciare). 

A questo specifico progetto già se ne 
contrappone, a grandi linee, uno definibile come 
di nuova destra (localismo etno/fobico, gerarchia 
giocata sulla internità/esternita alla rete produttiva 
dell’economia mondo..); tale etno/razzismo nasce 
però dallo stesso nocciolo duro dell'altro, 
distinguendosi per la diversa soluzione (ancora 
tendenziale) che dà al comune problema. 

Tale problematica, se non si vuol restare sempre 
nell’ordinaria amministrazione, è ciò su cui 
andrebbe centrata la prossima fase del dibattito, 
consentendo di cogliere come interni alla stessa 
dinamica la difesa delle fasce discriminate e il 
rilancio della discussione sul lavoroo 
immateriale.. Campa cavallo. Per intanto, restando 
sul generico, portiamo a dignitosa conclusione 
queste riflessioni sulla situazione post-elettorale. 

Da noi, e solo da noi, le due ondate di destra si 
sono mischiate, in un micidiale effetto. E’ vero che 
ciò, in certa misura, è paralizzante per gli stessi 
vincitori della campagna elettorale. Per esempio, 
sentire i discorsi degli economisti Martino e 
Scornamiglio aveva un effetto tipo voce 
dall’oltretomba, ultimi miliziani della RDT e della 
Cecoslovacchia di HaveLEd in effetti, che altro è 
il progetto di distruzione della scuola pubblica nel 
periodo in cui è ormai all’ordine del giorno la 
ristrutturazione dell'infrastruttura tecnologica (e 
quindi della scuola!) da parte dei poteri pubblici in 
tutto il mondo sviluppato? Oppure il discorso dello 
scimunito di Forza Italia che ha detto che le 
tecnologie, nell’anno del signore 1994, si 
possono.. comprare? (questo sì è il ritorno del 
socialismo reale, della Bulgaria o della RDT!) A 
sentirli, è una sciocca marcia a tappe forzate 
verso il terzo mondo, quella che ci viene 


presentata: la ripresa economica prossima 
ventura (che ci sarà) come terreno di 
smantellamento delle condizioni delia produzione 
dì ricchezza di questo paese, cioè l’operazione 
terra bruciata. 

Tuttavia, ribadiamolo, le cose stanno peggio, 
molto peggio, di così: si finisce sempre per 
tornare al futuro! E lo scenario politico appare al 
momento trasformato in una irresistibile agorà 
telematica aH'incontrario.. Limitiamoci a ribadire 
allora che le controindicazioni ad una riedizione 
del caf (malgrado il fenomeno dei riciclanti), sono 
senz’altro prevalenti. 

Resta che nulla come questa campagna elettorale 
dimostra come il ceto politico istituzionale di 
sinistra (ma temo anche una configurazione 
residuale/resistente della composizione politica 
sedimentata dagli anni ’80) sìa finito, a parte il 
suo poter beneficiare eventuale degli scontenti e 
delle cazzate provocati dai nuovi padroni. 

Resta soprattutto che la prospettiva di gran lunga 
più diffusa nei movimenti, quella cioè 
dell’incalzare criticamente le sinistre di governo, 
non sembra dotata di grande respiro. Soprattutto, 
risulta sconfortante, e prologo di ulteriori drammi, 
l’orda di mitologia e di retorica di sinistra che si 
sta sviluppando. Ciò soprattutto quando la si 
riconosca per quello che è: non reazione emotiva 
di massa, ma fuga dalle condizioni e dal terreno 
obiettivo dello scontro, fuga dalla terza rivoluzione 
industriale. 

Ma anche le fughe, a loro volta, ritornano al 
futuro: non possono evitarlo.. solo, lo fanno nel 
peggiore dei modi. 

I nostri ancestri dicevano che la libertà è il 
riconoscimento della necessità. Possiamo essere 
un po’ più ottimisti del loro spietato determinismo, 
ma appena un poco. Il riconoscimento della 
necessità - cioè delle condizioni, del terreno, del 
che cosa dello scontro: le scelte politiche della 
terza rivoluzione industriale - è la base, il punto di 
inizio possibile della battaglia di libertà. 

Al momento, è solo una frase fatta. 

Molto ancora ti manca per diventare indovino, 
coyote della valle dei coyote! 




Maggiol 994 


Anche senz'alcun altro 
riferimento storico, basterebbe, 
per una corretta interpretazione 
del radicale mutamento dell’Italia 
dopo l’assunzione (1922) di 
Mussolini al governo da parte di 
Vittorio Emanuele, confrontare la 
legislazione attinente capitale e 
lavoro prima e dopo la “marcia 
su Roma”. 

Non che la democrazia 
prefascista si sia mai 
caratterizzata per particolare 
sensibilità sociale. Ma c’era stata 
Caporetto, e fu così giocoforza 
spronare i soldati al fronte con 
miraggi sociali, quale ad esempio 
la concessione della terra ai 
diseredati (almeno il novanta per 
cento dei contadini, che erano 
allora , in percentuale 
demografica, largamemte 
maggioritari) a conclusione 
vittoriosa del conflitto. E c’era 
Lenin popolarissimo, tanto che 
riecheggiando il suo nome 
esplose (1917) la rivolta armata 
di Torino. E s’era temuto, finita la 
guerra, di perdere il controllo 
delle “masse” nell’infuriare d’una 
crisi economico-sociale che 
scuoteva il mondo. 

E’ così che i lavoratori qualcosa, 
neH’immediato dopoguerra, 
avevano ottenuto nonostante il 
terrorismo fascista volto a 
soffocare cruentemente le loro 
lotte, distruggendo inoltre le 
forme organizzative di mutualità 
che s’erano date nei passati 
decenni. 

Conquiste - quelle strappate alla 
democrazia liberale prefascista - 
del tutto cancellate dal fascismo 
con distruzione d’ogni 
organizzazione partitica e 
sindacale del movimento 
operaio. 


Maggio 1994 






Centro Sodale Leontavallo 


L’obiettivo prioritario del fascismo 

Questo il fascismo mussoliniano in un’ottica 
sociale: l’espropriazione di quanto i lavoratori 
avevano saputo prendersi, non infrequentemente 
a prezzi di sangue e di lunghi anni di carcre, una 
generazione dopo l’altra; e ciò a vantaggio dei 
poteri forti dell’economia e della finanza, sostenuti 
da un'industria di Stato, attraverso la quale, come 
rilevò Ernesto Rossi, si socializzavano le perdite, 
privatizzando i profitti. 

Il tutto fondato sulla violenza, e giustificato, 
filosoficamente, dall’identificazione dello Stato 
fascista come incarnazione dello Stato etico, e, 
alla luce della teologia economica, 
dall’accumulazione vista come bene supremo, sia 
della patria (nel quadro del tradizionale 
imperialismo straccione italiano), sia per i posti di 
lavoro che lo sviluppo produttivo avrebbe portato 
con sè. 

Che il fascismo sia stato determinato 
prevalentemente dalla volontà d’un controllo del 
lavoro, autoritario e del tutto funzionale 
all’accumulazione capitalistica, si può cogliere in 
quanto osserva Primo Levi a proposito del nesso 
fra il Lager in cui era detenuto e le ragioni della 
produzione del nazismo in guerra, nazismo con 
peculiarità proprie rispetto al fascismo nostrano, 
ma della stessa natura di quest’ultimo alla luce 
appunto del binomio capitale-lavoro. 

“Secondo una valutazione di Shirer (“Storia del 
Terzo Reich”) i lavoratori coatti in Germania nel 
1944, notava Levi (“Se questo è un uomo”), erano 
almeno nove milioni. Risulta dalle stesse pagine 
di questo libro quale intimo rapporto legasse 
l’industria pesante tedesca con l’amministrazione 
dei Lager: non era certo un caso che per gli 
enormi stabilimenti della Buna fosse stata scelta 
come sede proprio la zona di Auschwitz. Si 
trattava di un ritorno all'economia faraonica e ad 
un tempo di una saggia decisione pianificatrice; 
era palesemente opportuno che le grandi opere e i 
campi di schiavi si trovassero fianco a fianco. 

“I campi non erano dunque un fenomeno 
marginale e accessorio: l’industria bellica tedesca 


si fondava su di essi; erano una istituzione 
fondamentale dell’Europa fascistizzata, e da parte 
delle autorità naziste non si faceva mistero che il 
sistema sarebbe stato conservato, e anzi esteso e 
perfezionato, nel caso di una vittoria dell’Asse 
(l’alleanza militare nazi-fascista, ndr). Si 
prospettava apertamente un Ordine Nuovo su 
basi “aristocratiche”: da una parte una classe 
dominante costituita dal Popolo dei Signori (e cioè 
dai tedeschi stessi), e dall’altra uno sterminato 
gregge di schiavi, dall’Atlantico agli Urali, a 
lavorare e obbedire. Sarebbe stata la 
realizzazione piena del fascismo: la 
consacrazione del privilegio, l’instaurazione 
definitiva della non-uguaglianza e della non- 
lìbertà" 


I due antifascismi 

Ma se questo è l’obiettivo primario del fascismo, 
naturale che non siano pochi i quesiti storico- 
politici che s’affollano alla mente, visto che (per 
limitarci al nostro paese): a) l’azzeramento dello 
stato sociale, in questi ultimi anni, è stato opera 
non già dei dichiarati eredi di Mussolini, bensì di 
coloro che si rifanno alla Resistenza come valore 
ideale fondativo della Prima Repubblica, b) che da 
parte di costoro si va ora all’attacco dei vincitori 
del 27-28 marzo in nome proprio di 
quell’antifascismo che Amato, Ciampi, Occhietto, 
Trentin hanno socialmente rinnegato, imponendo, 
con una violenza invisibie (democratica), ciò che il 
fascismo impose a suo tempo con manifesta, 
ostentata violenza. 

Scontato: niente da obiettare al “Guardian” che 
scrive che l’Italia il 27-28 marzo “ha eletto 
separatisti, neofascisti e opportunisti di destra 
sotto la guida di un avventuriero”. Ineccepibile 
però anche quanto lo stesso “Guardian” scrive in 
chiusura, e cioè che “è giusto preoccuparsi (al 
presente, ndr) non di una possibile rivoluzione 
fascista, ma di un ulteriore declino delle istituzioni 
politiche in Italia". 

indispensabile perciò, per un corretto (quanto 
meno in prima approssimazione) orientamento 
interpretativo, riandare a quanto abbiamo rilevato 



Maggio 1994 


European Counter Netwok ■ Milano 


in precedenti testi, e cioè che due sono gli 
antifascismi che hanno operato fra le due guerre, 
e poi nella guerra fredda: quello rosso, 
prevalentemente comunista, con reale obiettivo 
l’arresto della reazione socio-politica guidata da 
Mussolini (lo stesso antifascismo rosso 
impegnato poi in Spagna, nel ’36-’39, volto ad 
arrestare la fascistizzazione del continente), e poi 
quello sulle orme di Stalin (costretto nel ’41, 
volente/nolente, all'alleanza antifascista con 
Churchill e Roosevelt), antifascismo introdotto in 
Italia da Togliatti nel ’44 con la "svolta di 
Salerno", l’ibrido antifascismo capital-comunista- 
democristiano, pregiudicato, per il momento, da 
“tangentopoli”, e che ha al proprio capezzale, per 
la propria riabilitazione, la più alta autorità (dopo 
quella del Fondo monetario internazionale e della 
Nato) dominante in Italia, quella del presidente 
della Fiat. 


L’antifascismo di Togliatti... 

Puntuale, su questo antifascismo continuazione 
democratica del fascismo mussoliniano, Rosario 
Piccolo, che osserva (“La Comune", anno 6, 
numero 14, inverno 1993, pp.25-26): "Togliatti 
con l'amnistia (ai fascisti, ndr) limitò fortemente 
l’epurazione delle burocrazie fasciste presenti 
nello stato. Per ventanni i capi della polizia 
proverranno dalla Repubblica Sociale Italiana. Il 
capo della polizia dal 1953 al 1960, Giovanni 
Carcaterra, proveniva dalla segreteria personale 
del ministero degli Interni fascista; Angelo Vicari - 
dal 1960 al 1973 al posto di Carcaterra - fece 
parte della segreteria particolare del “duce”. In 
seguito Mario Sceiba, sempre con il beneplacito di 
Togliatti, compì la restaureazione del fascismo nel 
ceto chiamato a esercitare la repressione statuale. 
Insomma il dispositivo di polizia per tutti gli anni 
’50 è interamente nelle mani di funzionari di 
provenienza fascista." 

Si deve ricordare inoltre, contìnua Rosario 
Piccolo, “la funzione avuta dal Codice Rocco nella 
repressione delle lotte sociali in tutti questi anni. 

La coincidenza tra fascismo e diritto è dunque la 
caratteristica anche della Prima Repubblica, anzi 
c'è stato un palese peggioramento grazie alla 


legislazione d’emergenza degli anni 70, anche in 
questo caso avallata dal Pei contro i Movimenti 
antagonisti, emergenza che è poi diventata 
metodo di governo delle contraddizioni sociali, 
politiche, economiche. Più in generale negli anni 
70 fino a oggi è possibile ricostruire l’intreccio tra 
vecchio e nuovo, tra continuità e innovazione, tra 
fascismo e Prima e Seconda Repubblica. (...) La 
delegittimazione della classe operaia, l’attacco 
formidabile condotto contro le sue conquiste (...) è 
la traduzione pratica della rottura avvenuta tra 
lotte operaie e sviluppo capitalistico. Lo stato si 
attrezza come macchina di guerra contro le 
istanze del sociale, riassume in sè fascismo e 
democrazia rappresentativa per meglio governare 
processi sociali, economici, politici che 
necessitano di strumenti più raffinati...” 

... e quello di Agnelli 

Un brutale dir pane al pane la denuncia di Rosario 
Piccolo, con pieno rispetto però della sostanza del 
processo storico da allora a oggi, come conferma 
l’antifascistica (alia Togliatti) presa di posizione di 
Agnelli del 16 aprile scorso alla riunione 
confindustriale di Verona sul tema "Uomo, 
impresa, politica, tre dimensioni per lo sviluppo”. 
Presa di posizione sormontata il giorno seguente 
("Stampa", 17/4/94) da questo titolo a tutta 
pagina:”L’Awocato difende la concertazione e 
mette in guardia dagli eccessi del liberismo - 
Agnelli: ha vinto la libera impresa”. 

Adesso, si legge nel testo (in parte virgolettato, in 
parte riferito con discorso indiretto) sottostante il 
titolo, "è il momento di manifestare fiducia nella 
ripresa, di assumersi dei rischi, di dispiegare 
appieno quello spirito d’intrapresa di cui gli 
industriali italiani hanno già dato così importanti 
dimostrazioni. Niente stravolgimenti, però. "Ci 
vuole concretezza e senso della misura” e “nè la 
maggioranza nè l’opposizione devono trincerarsi 
dietro vecchie ideologie già condannate dalla 
storia". Agnelli invita alla cautela In particolare per 
i rapporti con i sindacati. Esalta l’importanza del 
patto del luglio scorso “sul costo del lavoro, frutto 
della concertazione fra governo, sindacati e 
imprenditori”. Quegli accordi vanno 


L 


Maggio 1 994 





Centro Sortale Leontavallo 


“salvaguardati” e le relazioni industriali vanno 
sviluppate "tenendo conto delle specificità 
storiche di ciascun Paese". Prudenza viene 
sollecitata poi per la mobilità del lavoro. Agnelli 
ricorda che gli ammortizzatori sociali (come la 
cassa integrazione o i contratti di solidarietà) 
consentono alle aziende di ristrutturarsi. Niente 
imposizioni, non si possono “applicare nel nostro 
continente sistemi bruschi" (fascisti alla vecchia 
maniera, ndr) che provocherebbero “turbative” 
sociali. Anche per la politica economica nessuna 
rivoluzione: "I due ultimi governi di Amato e 
Ciampi hanno ben operato."...” 

Cose, verrebbe fatto di dire, dell’altro mondo: la 
Fiat, già colonna portante del fascismo 
mussoliniano, che oggi ammonisce i “nuovi" ad 
attuare il programma socio-plitico dei progressisti. 
Cose però, purché si rifletta un sol momento, del 
tutto conformi alla temperie di questi nostri giorni, 
nella quale l’espropriazione di lavoro e risorse 
deve avvenire democraticamente, con assoluto 
rigore nella cittadella della Nato, nonché, nei limiti 
delle possibilità oggettive, nelle periferie del 
mondo. 

Metodologia democratica nel centro... 

Per la nostra cittadella, più di un trattato di 
pedagogia politica, appare istruttivo, in tema di 
metodologia democratica dell’espropriazione, 
l’editoriale della “Stampa” del 20 aprile dal titolo 
“Chi ostacola una nuova sinistra”. 

"Al suo ingresso in politica Berlusconi, osserva 
l'articolista, è stato snobbato (dalla pubblicistica 
progressista, “Stampa” in testa, ndr) in quanto 
“dittatorello sudamericano”, e solo all’ultimo 
momento se ne è avvertita la prepotente capacità 
egemonica. Recriminare oggi su questi errori di 
valutazione è inutile, perchè la rivoluzione 
conservatrice avrebbe vìnto comunque.” 

Importante è quanto Agnelli, che in campagna 
elettorale sostenne, con la “Stampa”, il 
progressismo (votato, del resto, in occasione 
dell’elezione a Torino, lo scorso autunno, del 
nuovo sindaco), manda ora a dire ai “compagni” 


di via Botteghe Oscure. 

Importante, scrive infatti il giornale, "è riconoscere 
come tale fenomeno (la vittoria delPavventuriero” 
Berlusconi, ndr) abbia stravolto la stessa 
conformazione storica della sinistra: una sinistra 
che conquista il collegio borghese della collina 
torinese, perdendo invece i collegi operai di 
Mirafiori, rappresenta uno schiaffo alla memoria 
dì Gramsci; una sinistra che prende più deputati 
in Basilicata che in Lombardia ha ormai del tutto 
essicate le sue radici riformiste.” 

Analiticamente, questa la realtà:”Piuttosto che la 
sua funzione naturale di rappresentanza del 
mondo del lavoro, è sopravvissuto, nella 
percezione del Paese, il vincolo di appartenenza 
della sinistra all’esperienza ("tangentopolista”, 
ndr) della Prima Repubblica, nonché la sua 
continuità di apparati, di linguaggi, di facce (a 
cominciare da quelle di Occhetto e D’Alema). 
Questi apparati, questi linguaggi, queste facce 
non paiono oggi adeguati a misurarsi con le 
inevitabili contraddizioni che la rivoluzione 
conservatrice - dopo i primi momenti di euforia - 
inevitabilmente genererà: la difficoltà della ricetta 
liberista a misurarsi con i problemi dei grandi 
apparati industriali di base; le contraddizioni fra i 
modelli di vita "televisivi” che essa propone e la 
realtà della vita di tutti i giorni; la necessità di 
assegnare comunque allo Stato un ruolo nelle 
politiche sociali.” 

Le teste - questo chiedeva Agnelli attraverso il 
proprio giornale - di Occhetto e D’Alema 
nell’interesse tanto della sinistra partitica e 
sindacale che della Fiat, dal momento che, con la 
decapitazione dei due maggiori responsabili della 
batosta del 27-28 marzo, si salva il partito, 
spianandogli la strada (con nuovi leader fuori del 
non ancora del tutto prosciugato guazzo 
“comunista") a una credibile prospettiva centrista; 
e col partito congruamente aggiornato si 
rinverdisce il più genuino antifascismo 
togliattiano, l’unico che possa dare fondate 
speranze di salvaguardia della “pace sociale" 
(necessaria ad Agnelli come l'aria che respira) in 
questi tempi di turbativa berlusconiana. 




Maggio 1 994 


turopei m Court ter Netwok • Milano 


Decapitazione con l’onore delle armi, come si 
coglie nella conclusione: “Occhetto e D'Alema 
hanno avuto coraggio, cinque anni fa, nel guidare 
la svolta post-comunista. Ma la brusca 
accelerazione della storia, per quanto ciò possa 
apparire crudele, oggi indica nella loro stessa 
laedership l'impedimento a che fiorisca qualcosa 
di nuovo anche a sinistra.” 

...e in periferia 

Emblematico quanto l’establishment bianco è 
riuscito a fare, tenendo fede alla metodologia 
democratica, in periferia nel caso specifico del 
Sudafrica. 

Per un bel po’, sappiamo, quell'establishment s'è 
comportato contro la maggioranza nera in forme 
repressive, che neanche Hitler avrebbe potuto fare 
di più. Ecco però che viene il momento che 
l’establishment deve prendere atto, sul 
fondamento della propria peculiare logica costi- 
ricavi, che l'uso esclusivo della violenza avrebbe 
finito per essergli svantaggioso. Di qui la 
decisione di accogliere la rivedicazione nera “una 
testa, un voto”, che avrebbe fatalmente 
comportato il passaggio di leaderhiship 
governativa: dalla bianca alla nera. 

Ciò senza perderci, e anzi guadagnandoci, grazie 
alla vigente fase di mondializzazione, che 
consente, come appunto è avvenuto in Sudafrica, 
la consegna all'opposizione di un paese 
interamente spolpato, essendosi la leaderhip 
bianca assicurato il controllo dì tutta l'attività 
economico-finanziaria che le interessa, nello 
stesso tempo che: a) ha legato le mani ai neri con 
una costituzione immutabile per cinque anni; b) 
ha scaricato loro addosso un debito strumentale 
col Fondo monetario internazionale, destinato a 
mettere in ginocchio i governanti neri così come 
ha messo in ginocchio, in questi anni, quelli russi. 

"Gioco" particolareggiatamente illustrato da "Le 
Monde diplomatique” del 20 aprile (fuga di 
capitali, creazione all'estero di società fittizie, 
legali truffe bancarie ecc.), che conclude:”ll 
sistema economico e relativo potere sono stati 


modificati a tal punto che, quando i responsabili 
deH’Amerìcan National Congress si insedieranno a 
Pretoria (a elezioni avvenute, ndr), scopriranno 
che le leve del potere sono altrove. (...) Alla fine 
del mese di aprile sarà l’euforia a prevalere 
quando il potere passerà nelle mani del popolo 
sudafricano e dei suoi dirigenti. Ma mentre i neri 
in questo paese si chiederanno se il potere che 
hanno ereditato è reale, in tutto il mondo gli 
ambienti economici tireranno un sospiro di 
sollievo.” 

Irreversibile vittoria della reazione? 

Se con tanta espropriatrice metodologia 
democratica è stato possibile operare in Sudafrica 
(fino a pochi anni fa sinonimo dì spietato, 
totalizzante apartheid), come escludere, così su 
due piedi, che anche in Italia non sia accaduto 
qualcosa di analogo, sicché i nuovi governanti 
non debbano, non solo per innata vocazione 
capitalistica, ma anche per necessità storica, 
andare al di là delle loro attuali intenzioni per 
ritagliarsi la restante polpa, determinando così 
quelle drammatiche contraddizioni sociali che 
tanto mostra di temere Agnelli? 

D’altronde, come negar verità, se non in toto, 
quanto meno in parte, al testo introduttivo della 
citata rivista “La Comune”? 

"Vien da sorridere, si osserva infatti (p.2) in 
questo testo, quando si sente parlare di "pericoli 
per la democrazia” in riferimento agli esiti di 
questa o quella elezione locale. Non esiste alcuna 
democrazia. Viviamo, tutto il mondo vive, gli esiti 
di scelte operate da forze ormai sottratte a ogni 
controllo, che usano le leve dell'economia come 
gli dei dell’Olimpo usavano i fulmini. 

“Insomma, la reazione ha già vinto. Non c’è 
all’orizzonte alcun pericolo fascista (fascismo 
inteso come revival mussoliniano, ndr), nè in 
Italia, nè altrove. La rivalutazione del fascismo 
(...) è stata semplicemente uno strumento utile 
per incrinare i capisaldi ideali di vecchi 
ordinamenti, ormai non più funzionali alle nuove 
oligarchie. Quel tanto di fascismo che ha potuto 
approfittare dell’operazione per riscuotere qualche 



Maggio 7 994 



Centro Sodale leoruavallo 


successo in giro per l'Europa, non è che ia bava 
di una vecchia lumaca. Il potere sta altrove, e con 
esso la minaccia che grava sulle classi 
subalterne, mai così inermi dalla Rivoluzione 
d’Ottobre a oggi.” 

Verità, quest'ultima (“classi subalterne mai così 
inermi”), confermata in “Le Monde" da Alain 
Touraine, della stessa razza, in contesto francese, 
della nostra intellighenzia di “Ragiona Italia", e 
perciò del tutto immunizzato dal pericolo di 
sospettare la responsabilità del capitalismo in 
ordine all'insanabile piaga dilagante a livello di 
massa di “invendibili” (coloro che non hanno più 
possibilità oggettive di trovare acquirenti per la 
propria forza-lavoro) e di “malvenduti" (la 
moltitudine del precariato). 

“Gli Stati Uniti, scrive Alain Touraine, hanno 
creato decine di milioni di posti di lavoro, ma 
riducendo i costi salariali e, soprattutto, 
moltiplicando gli impieghi del terziario non 
qualificati e mal pagati. La Gran Bretagna ha 
creato per lo più posti di lavoro a tempo 
determinato o part-time. Le classi medie italiane 
reclamano, attraverso la Lega, che ci si sbarazzi 
di un terzo del territorio e della popolazione per 
ridare vigore aH'economia del Centro e del Nord. 
La Spagna ha già messo un terzo della sua 
popolazione potenzialmente attiva fuori del 
mercato del lavoro. La Francia - dove quelli che 
potrebbero (in realtà, hanno necessità di, ndr) 
lavorare, e non ci riescono, sono più vicini alla 
soglia del 20 che del 12 per cento - scopre che 
numerosi settori dì attività cercano di abbassare 
fortemente ì costi salariali per cercar dì 
sopravvivere.” 

Questo il dilemma, così stando le cose, per Alain 
Touraine: 

1. “Gettare la zavorra (invendibili e malvenduti, 
ndr) per cercar dì riprendere quota, e accettare 
quindi che il risanamento non trascini verso l'alto 
tutta la società francese, ma solo il 70 per cento 
della popolazione. Il resto sarebbe in parte 
confortato da misure assistenziali e in parte 
abbandonato alla violenza della “controsocietà”: 
mafia, droga, tumulti.” 


2. “Rafforzare il nostro settore competitivo, il 
nostro armamentario tecnologico e, grazie alle 
risorse che questo ci fornisce, creare un nuovo 
Stato "provvidenza”, incaricato di limitare 
(sempre, dunque, resterebbe “zavorra” da gettare, 
ndr) quei costi umani .estremamente elevati 
determinati dai rapidi cambiamenti sociali e dalla 
terziarizzazione accelerata dell’economia." 

Altrimenti detto: o la soluzione dì tipo nazista 
(illustrata, come s’è visto, da Primo Levi, e già per 
tanta parte reale), o un ritorno a Keynes 
storicamente impossible, se non altro per la 
mondializzazione in atto, sicché, come riconosce 
lo stesso Alain Touraine, “la frontiera fra sviluppo 
e sottosviluppo non passa più tra Nord e Sud: 
attraversa tutti i paesi (la quasi totalità dei quali 
espropriata della propria sovranità, ndr) e li divide 
in due parti.” 

I! vero dilemma 

Diagnosi (quella della “Comune”: la reazione ha 
vinto ed è in condizioni di operare come, a suo 
tempo, Giove con i fulmini) che ha un suo 
contenuto di verità, ma che non per questo par di 
poter accreditare come esaustiva dato l’apparente 
oblio di due punti fondamentali della riflessione 
marxiana: a) la necessità che i capitalisti si 
divorino fra loro; b) l’eventualità che il conflitto 
capitale-lavoro determini la distruzione di 
entrambi gli antagonisti. 

Se è sembrato, neH’immediato post-muro, e poi 
nella imposizione deH’America - con lo sterminio 
del Golfo - della propria egemonia planetaria, che 
la necessità denunciata da Marx non avesse più 
consistenza in ragione della gerarchia fra i grandi 
capitali venutasi a determinare, a! presente 
Germania, Russia, Cina, Giappone 
preannunciano, nei fatti, nuove guerre 
interimperialistiche quanto meno sul terreno 
economico-finanziario, guerre che fatalmente 
determineranno nuove redistribuzioni di profitti di 
tale entità, da non potersi escludere a priori il 
passaggio, più o meno indiretto, alle armi. 

Per limitarci alla Germania, si consideri il suo 



Maggio 1 994 



Europea n Counter Hetwok ■ Milano 


processo storico dal crollo del muro a oggi: a) 
l’asse Parlgi-Bonn è saltato, e mentre la Francia 
corre il rischio di trovarsi, economicamente, nella 
non invidiabile posizione dell’altro defunto impero 
occidentale, la Gran Bretagna, la Germania ha 
ripristinato il suo tradizionale impero economico 
nell'Europa centrale e orientale; b) l’annessione 
dell’ex Repubblica Democratica è stata fatta 
pagare a tutti gli alleati europei della Germania 
senza che nessuno abbia potuto farci niente; c) 
“Nella crisi jugoslava (“Le Monde diplomatiqe” 
citato) le tesi tedesche sul riconoscimento della 
Slovenia e della Croazia nel 1991 hanno avuto ia 
meglio sulla prudenza raccomandata dalla 
Francia con le conseguenze tragiche che 
conosciamo.” d) si è tornati alla situazione 
immediatamente precedente la prima guerra 
mondiale, quando i due più grandi imperi quanto 
a capacità produttive ed espansionismo 
economico erano Stati Uniti e Germania, 
principali protagonisti di quella guerra e della 
successiva (’39-’45); e) posizione di forza, al 
presente, che quasi sicuramente consentirà a 
Bonn di entrare nel Consiglio di Sicurezza 
dell’Onu. 

Il tutto da collegare con l'esistenza d'una Russia 
che, cinicamente depredata dall'Occidente (in 
particolare daH'America), ha ruotato di 180 gradi 
rispetto alla prima gestione Eltsin, e sta 
marciando a livelli di interscambio russo-tedesco 
ch'erano prima esclusivi dell’asse franco-tedesco; 
e con la presenza in Germania di una massa di 
disoccupati di quattro milioni, quanti ve n'erano, 
nota il citato “Le Monde”, alla vigilia dell'ascesa al 
potere di Hitler, riuscito elettoralmente vincente 
con un nazionalismo che avrebbe avuto, nel suo 
paese, gli stessi effetti sociali (in connessione col 
forte impulso all'Industria bellica) del keynesismo 
adottato fra le due guerre negli Stato Uniti. 

Donde la conclusione di “Le Monde”; “Ambizioni 
da grande potenza all’esterno, malessere sociale 
grave all’Interno, due ragioni, per coloro che non 
hanno dimentiato una storia troppo recente, per 
guardare alla nuova Germania con occhio vigile.” 

Ora la Germania non vale solo per la citata 
asserzione marxiana circa il fatale, inesauribile 


cannibalismo intercapitalistico, ma anche per le 
potenzialità distruttive dei suoi quattro milioni di 
disoccupati (ufficiali, e dunque, praticamente, 
almeno il doppio). Una Germania 
economicamente altrettanto forte dell’America, e 
tuttavia incapace di rimediare in qualche modo a 
una disoccupazione, che già ha concorso a 
rendere dirompenti razzismo e xenofobia, e che 
non ci vorrebbe niente per far esplodere nelle 
forme di violenza di massa che si son viste nel 
“marzo francese”, tanto che anche là, come qui 
da noi, i poteri forti dell’economia e della finanza 
sembrano aver optato, per le prossime elezioni 
politiche, per la “sinistra”, ritenuta più idonea della 
destra a puntellare la "pace sociale”. 

La realtà è che in Germania, come in Francia, in 
Inghilterra, in America, ecc., il capitalismo ha dato 
concretezza alla prospettiva d’una fatale 
distruzione della civiltà uccidendo, per cosi dire, la 
gallina dalle uova d’oro, da esso generata con 
l’accumulazione originaria: la necessità-possibilità 
d’uno sfruttamento di massa attraverso il lavoro 
salariato. 

La tecnologia gli permette, al capitale, uno 
sviluppo che, invece d’accrescere, riduce i posti di 
lavoro. D’altra parte la tecnocrazia politico-militare 
gli dà il modo di frammentare, su scala planetaria, 
le strutture produttive così da poter disporre in 
abbondanza di lavoro a buon mercato nelle più 
convenienti periferie del mondo. E poi, perchè 
investire in attività produttive, quando la rendita 
finanziaria frutta in un battibaleno - spostando da 
un capo all’altro del pianeta in pochi minuti masse 
di miliardi da capogiro - quanto e più 
dell’imprenditoria in un arco di tempo 
incomparabilmente più lungo? 

Di qui la bomba atomica sociale: la massa 
crescente di invendibili a malvenduti. 

Un’owietà che per un non-proprietario lavoro, 
nella società dello scambio, è sinonimo di 
autoriproduzione (soddisfazione quanto meno dei 
bisogni elementari), mancando il quale non resta 
che finirla con la vita, o entrare nei circuiti 
malavitosi, possibilmente quelli più redditizi 
(droga e armi), "consociativi” con i governi su 


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Cantra Sodale leon<avallo 


scala mondiale.il che dà ragione del fatto che nel 
paese-guida dell'Occidente, l'America, principale 
problema interno sia la criminalità, contro la quale 
sono partiti in guerra elevando da 4 a 64 i delitti 
punibili con pena capitale, e comminando 
l’ergastolo dopo tre crimini non meritevoli di 
morte. 

Fenomeno, questo della criminalità diffusa al 
punto da indurre ad adottare contro di essa 
metodologie sterministe, che ha un precedente 
nella Francia prerivoluzionaria, dove i “poveri” 
ricavavano di che sostenersi taglieggiando, con 
masse d’urto irresistibili, campagna e città. Il 
rimedio fu trovato, a rivoluzione avvenuta, 
elevando i “poveri" a “proletari”, ridotti 
all’impotenza etica dal socialismo democratico, 
che trasformò, come scrivono i suoi apologeti, le 
“folle” in “popoli”. 

Ma come rimediare oggi rappresentando il 
capitalismo l’ultima spiaggia, e dovendo 
considerarsi la guerra scatenata contro la 
criminalità perduta in partenza, unica alternativa 
al crimine diffuso non potendo essere altro che il 
generalizzarsi del modello Los Angeles? 

Problema senza possibilità di soluzione (tanto più 
che senza soluzione appare anche il problema del 
costante aumento demografico), e che segnerà 
sicuramente la fine del capitalismo, senza 
coinvolgere la sua antitesi (il lavoro) solo se sarà 
riuscita a farsi soggetto rivoluzionario su scala 
mondiale, coinvolgendo invece essa pure, se la 
risposta sarà stata l'esclusiva opzione criminale: 
dilemma chiaramente non ponibile in esclusiva 
dimensione soggettiva, base di tutto essendo, 
come sempre, la materialità storica. 

Perchè vince il capitalismo 

Marx, sappiamo, pur non escludendo la 
prospettiva catastrofica del conflitto capitale- 
lavoro, sempre ha optato per quella ottimistica, il 
trionfo del lavoro che, negando se stesso (come 
lavoro salariato, schiavitù - per i non-proprietari - 
della libertà in democrazia), avrebbe liberato 
l’intero genere umano. 


Oggi però, ben più di quando le scrisse, appaiono 
attuali le parole di Brecht sulla pace e la guerra 
dei capitalisti, guerra “che si sviluppa dalla loro 
pace, come il figlio dalla madre”, una “guerra che 
uccide quanto la loro pace ha lasciato in vita". 

Realtà che don Ersilio Tonini, da quel sant’uomo 
che è, neanche riesce a immaginare, se, 
nell’articolo di condanna ("Manifesto”, 23/4/94) 
della citata mostruosità americana di elevare da 4 
a 64 i reati punibili con la pena di morte, scrive, 
scandalizzato, che “quando questo accade, vuol 
dire che la ragione non serve più da guida, 
l’aggressività bestiale ne ha preso il posto; sicché 
si pensa che alla violenza (la violenza, in questo 
caso, a essere realisti, come adeguamento alla 
violenza genocida del mercato, ndr) non ci sia 
altro rimedio che una maggiore violenza. Il che è 
poi lo stesso ragionamento che conduce alla 
guerra; la stessa logica. Se questo è, con la sua 
decisione il goveno americano riconosce di non 
poter più contare su un’adeguata riserva di risorse 
morali e neppure sul contributo delle forze 
educative.” 

A ben vedere, però, quando mai un governo 
americano ha puntato su “un’adeguata riserva di 
risorse morali”? Non è in America - notava Marx - 
che il capitalismo, a differenza di quello europeo, 
deve considerarsi da sempre genuinamente 
totalizzante mancanti come sono, alle sue spalle, i 
regimi precapitalistici del nostro continente? Non 
consiste, la differenza fra la suprema barbarie dei 
Lager, e la suprema barbarie di Hiroshima, nel 
fatto che la prima s’è consumata come 
sfruttamento del lavoro nel tempo, mentre l’altra, 
nucleare, ha inaugurato la nuova tecnocrazia dello 
sfruttamento totale (planetario per un verso, e 
senza più distinzione fra tempo di lavoro e tempo 
libero per l’altro) fondato su sterminio istantaneo, 
come s'è visto da Hiroshima al Golfo, sterminio 
che, dando luogo a un controllo assoluto su 
lavoro e risorse, ha finito col creare il vigente 
dualismo sociale caratterizzato (come Primo Levi 
pensava di poter attribuire esclusivamente alla 
barbarie nazista) da un’elite di signori e da una 
sterminata moltitudine di schiavi? 

In particolare per quanto concerne il nostro paese 
come non vedere che il dualismo signori-servi è 


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Maggio! 994 


Eoropean Couater Netwok ■ Milano 


arrivato qui da noi al punto da trasformare il 
conflitto capitale-lavoro in una guerra 
intercapitalistica, condotta da una parte da 
capitani di ventura modello Agnelli e De Benedetti, 
e, dall’altra, modello Berlusconi, i primi illuminati 
protettori dì una sinistra partitica e sindacale 
funzionale all’accumulazione, mentre il secondo, 
in difficoltà per il venir meno delle forze politiche 
su cui poteva contare grazie al leader socialista 
Craxi, ha dovuto immettersi direttamente in 
politica per non soccombere, a costo di allearsi - 
per la conquista democratica del potere statuale - 
con figuri politicamente e moralmente 
impresentabili? 

Ma lo stesso non ha fatto la sinistra protetta dagli 
illuminati capitani di ventura, esibendo, nella 
manifestazione clou del 25 aprile a Milano, quei 
figuri cui si deve, in conseguenza della 
cancellazione della scala mobile e dello stato 
sociale, se un po’ di gente s'è gettata dalla 
finestra o s’è data fuoco per la perdita del lavoro 
e/o della casa, mentre altra è tornata al creatore 
prima del tempo non disponendo della necessaria 
assistenza sanitaria? 


possibile leggere come - con l'operare e interagire 
di queste componenti - andrà a finire circa le due 
prospettive marxiane: vittoria del lavoro o finale 
catastrofico per entrambi i contendenti e lo stesso 
sistema della vita, visto che esso pure è vittima 
dell’assolutizzazìone del valore di scambio (il 
genocidio-ecocidio del mercato). 

Una cosa comunque appare certa, oggi così 
come quando Brecht le dette espressione 
letteraria: non è che, lottando contro il 
capitalismo, si perda perchè esso è 
spregiudicatamente cattivo, il contrario di noi 
costituzionalmente buoni, dovendosi in realta 
imputare la nostra sconfitta a tutta una serie di 
fattori materiali e soggettivi, in primo luogo quello 
dato dalla differenza abissale fra noi e il 
capitalismo: chè mentre quest’ultimo non smette 
mai di far guerra, riuscendo anche a farla in modo 
che i suoi apologeti possano spacciarla, 
medialmente, come pace, per noi, così come per 
don Ersilio Tonini e il “Manifesto", vale la granitica 
persuasione che basti optare per la "cultura di 
pace” per aver così risolto ogni problema, a 
incominciare da lavoro, casa, vettovagliamento. 


Materialità storica e soggettività, s’è detto, e 
naturalmente solo nella mente degli dei sarebbe 


Roma, 26 aprile 1994 - Dario Paccino 




Maggio 1 994 




Mentre a Vicenza un 
gruppuscolo di 
neonazisti sfila dietro 
le proprie bandiere, 
con l’autorizzazione 
del Prefetto e la 
protezione della 
polizia, in tutta Italia 
la Guardia di Finanza 
procede 
all’esecuzione di 173 
mandati di 
perquisizione presso 
le abitazioni di 
altrettanti sysop - per 
lo piu’ di FidoNet - 
sequestrando, nella 
maggior parte dei 
casi, tutto il 
materiale 
informatico, a partire 
dai computers su cui 
“girano” le bbs. 

E’ l’azzeramento di 
fatto della telematica 
amatoriale, dell’unica 
esperienza ancora 
possibile di gestione 
dal basso della 
comunicazione e 
dell’informazione. 



Inizia così l’era 
Berlusconi ...